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Algeria: il governo glissa sul gas da scisto

Di Rabah Reghis. Le Matin dz (12/06/2015). Traduzione e sintesi Carlotta Caldonazzo.

L’aumento del consumo interno di idrocarburi, malgrado i dati diffusi dall’ultimo vertice dell’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEP) sulla sovrapproduzione, è per Algeri un buon pretesto per continuare sulla via caccia a petrolio e gas intrappolati negli scisti argillosi del sottosuolo. Tuttavia, i progetti sugli idrocarburi non convenzionali, annunciati dalla compagnia nazionale Sonatrach a dicembre 2014, hanno incontrato l’ostilità di chi abita nei pressi dei siti designati. Di fronte al montare delle proteste, il presidente algerino Abdelaziz Bouteflika ha effettuato a marzo un rimpasto di governo che ha portato la sostituzione di cinque ministri, tra i quali spiccano quelli dell’interno, delle finanze e soprattutto dell’energia e delle risorse minerarie. In quest’ultima carica, a Youcef Yousfi, considerato “l’uomo degli scisti”, è subentrato Salah Khebri, direttore dell’Istituto Algerino per il Petrolio ed ex direttore generale degli studi economici di Sonatrach. Uomo d’affari puro, Khebri per ora ha parlato solo dell’obiettivo del 37% di energia prodotta da energie rinnovabili entro il 2030.

Esercito e sofisticate strategie di evitamento del dibattito pubblico sul tema: questa la linea adottata da Algeri contro la protesta popolare della zona di In Salah, oasi della provincia di Tamanrasset. Nessuna possibilità di trattativa dunque, anche perché i ricercatori chiamati a stabilire la fattibilità, sia in termini di costi che di impatto sull’ecosistema, sono stati chiamati più per confermare una scelta aprioristica che per fornire dati empirici. Lo stesso Bouteflika, durante il consiglio dei ministri del 27 gennaio, invitando a “eliminare le incomprensioni e le tensioni” attorno all’argomento, ha sottolineato che lo sfruttamento degli idrocarburi non convenzionali potrebbe essere “una necessità per la sicurezza energetica del Paese a medio e lungo termine”. Nondimeno resta la questione fondamentale: il sottosuolo di In Salah è ricco di enormi nappe freatiche che potrebbero garantire l’approvvigionamento d’acqua per secoli, in una regione in cui l’agricoltura inizia a muovere i primi passi. Una fonte di vita indispensabile dunque, di cui si alimenta anche la città di Tamanrasset (distante 666 kilometri), capoluogo della provincia omonima, dove il malcontento serpeggia da decenni. In Salah in particolare, nonostante sia una delle aree più importanti nella produzione di gas naturale, è anche una di quelle socialmente più depresse, dove mancano persino ospedali specializzati.

Gli abitanti, in maggioranza tuareg e migranti subsahariani, si sentono quindi discriminati e insultati dai falsi alleati, come il Movimento della Società per la Pace (MSP, chiamato anche Hamas, omologo dei Fratelli Musulmani), che, dopo aver votato la legge che consentiva le trivellazioni, a febbraio è entrato nel Coordinamento Nazionale per le Libertà e la Transizione Democratica (CNLTD) per sostenere le popolazioni di In Salah. Comportamenti che vanno ben oltre l’imposizione dei progetti sul gas da scisto in questa regione, permettendo ad Algeri di evitare domande sulla strategia economica del primo ministro Abdelmalek Sellal, al cui centro c’è la modifica della legge quadro sugli idrocarburi. Questa potrebbe infatti comportare in futuro aperture eccessive a investitori stranieri e multinazionali, a detrimento dei diritti dei lavoratori e della salute degli abitanti. Un aspetto che, insieme all’indignazione per i recenti scandali di corruzione in cui è stata coinvolta Sonatrach e l’ex ministro dell’energia e delle risorse minerarie Chakib Khelil, inquieta non pochi tra osservatori e cittadini. Come nel caso delle sovvenzioni statali a beneficio più dell’industria agroalimentare che degli agricoltori, ancora una volta il profitto viene prima della sicurezza alimentare. Una zavorra da cui i Paesi usciti dall’era coloniale ancora faticano a liberarsi.

Rabah Reghis è consulente ed economista del settore petrolifero.

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Carlotta Caldonazzo

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