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Alcune domande dopo l’arrivo dell’ISIS a Mosul

Di Bakir Oweida. Asharq al-Awsat (11/06/2014). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo.

Da principio, si potrebbe apprezzare il coraggio di Washington e Londra, sua alleata, nel riconoscere la loro responsabilità rispetto a quanto sta accadendo in Iraq e nella regione. Ma il solo riconoscere l’errore non è sufficiente. Stati Uniti e Gran Bretagna non possono lavarsi le mani delle conseguenze dell’assenza di piani realistici per la ricostruzione dell’Iraq del post-Saddam Hussein e per il mancato orientamento dello smantellamento degli organi di governo del regime, a cominciare dalla dissoluzione dell’esercito iracheno.

In particolare, sono mancati progetti concreti basati sulla realtà irachena e regionale e che prendessero in considerazione l’esperienza della popolazione. Ciò ha portato alla disintegrazione del Paese e, oggi, ai fatti di Mosul e di Ninive, ora sotto il controllo di centinaia di combattenti dell’ISIS.

Questa organizzazione continua ad imporre la sua presenza sul territorio iracheno e siriano ed è diventata uno dei maggiori pericoli della regione. Tale contesto suscita una domanda: con l’arrivo a Mosul, l’ISIS è diventato un pericolo impossibile da affrontare? Non sono un esperto di strategia e quindi non ho una risposta in merito, ma risulta evidente e chiaro che gli attori della regione devono far sì che impedire un’ulteriore espansione dell’ISIS abbia la precedenza su tutto il resto.

Questo, a sua volta, mette in evidenza un altro quesito: cosa spinge i militanti dell’ISIS a continuare ad espandersi e cosa permette a gruppi di poche centinaia di mettere in fuga truppe regolari di migliaia di soldati? La risposta non appartiene ai “non addetti ai lavori” – come nel mio caso, in quanto riguarda qualcosa che accade sotto la superficie e che esiste sin da quando si è iniziato a sentire parlare dell’ISIS sui principali media. Ricordo ancora la mia sorpresa nel vedere Abu Bakr al-Baghdadi sulla copertina della rivista Time e di essermi chiesto chi fosse. Fu il titolo a rispondermi: “L’ascesa della stella nera di Al-Qaeda: come Abu Bakr al-Baghdadi è diventato il più potente terrorista del mondo”.

E infatti c’è da chiedersi: come ha fatto Al-Baghdadi a diventare così potente? Chi finanzia l’organizzazione, chi arma i combattenti e chi facilita gli spostamenti delle legioni? Ci sono stati parecchi punti interrogativi sul ruolo dell’Iran, da un lato, e su quello del regime siriano, dall’altro, o addirittura su entrambi, come fornitori di supporto logistico e finanziario dell’organizzazione.

Senza dubbio, il tutto è molto grave. Se un’organizzazione come l’ISIS ha preso il controllo di parte della Siria e dell’Iraq è probabile che si espanderà ancora. Il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha espresso preoccupazione per la situazione. Ma di certo, né la preoccupazione, né il riconoscere i propri errori in sé non possono cambiare la realtà, ma possono impedire che peggiori. Speriamo sia ancora possibile.

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Roberta Papaleo

1 Commento

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  • Non capisco come faccia l’autore dell’articolo ad indicare l’Iran e Assad come possibili finanziatori dell’Isis:
    L’Isis è una delle principali forze ribelli che combattono Assad mentre l’Iran è il principale sostenitore del dittatore siriano!

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