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La Libia e la polarizzazione dei media

Di Morten Toustrup. Your Middle East (24/11/2015). Traduzione e sintesi di Viviana Schiavo.

La presa di Tripoli da parte della coalizione Alba Libica nell’agosto del 2014 ha segnato un escalation del conflitto post-rivoluzionario nel paese. Ha anche segnato l’inizio di una crescente polarizzazione dei media libici. Adesso, più di un anno dopo, la turbolenza politica e il conflitto armato sono giunti ad un punto di stallo ed hanno portato ad un equilibrio politico in cui nessun gruppo singolo sembra in grado di ottenere il controllo completo. I tentativi  di raggiungere un compromesso tra le parti in conflitto hanno fallito e l’incapacità di raggiungere una soluzione politica che potesse porre fine alla violenza sta anche frenando lo sviluppo del settore mediatico, così come di altri aspetti della società libica.

Uno stato funzionante gioca un ruolo centrale nella creazione e nel rafforzamento di un settore mediatico libero e solido in termini di sicurezza garantita, formulazione di regolamenti e creazione delle condizioni per un sistema giudiziario funzionante indipendente dallo Stato. Una delle sfide principali da superare per sviluppare uno Stato in Libia è costituita dal vasto numero di milizie presenti. Un altro gruppo che si oppone alla creazione di uno Stato è costituito dai criminali opportunisti che approfittano del caos attuale per intraprendere diversi tipi di traffico: droghe, armi e persone. Gli stessi gruppi non hanno interesse a vedere esposte le loro attività dai media. Al centro del conflitto nazionale ci sono diversi conflitti locali, che spesso derivano da divisioni regionali, etniche, tribali e politiche. Divisioni che erano represse durante il regime di Gheddafi.

Tripoli resta il fulcro delle attività mediatiche in Libia. Tuttavia, dopo la conquista della città da parte di Alba Libica, alcuni media sono stati chiusi o spostati fuori dal paese. A Benghazi, la battaglia tra la contestata Operazione della Dignità del Generale Haftar e i gruppi facenti capo al Consiglio Rivoluzionario della Shura di Benghazi prosegue apparentemente senza fine. Questo fa si che sia incredibilmente difficile sviluppare qualsiasi mezzo di informazione nella seconda città più grande della Libia – una città che ha visto un proliferare di nuovi media nei primi giorni della rivolta del 2011 e nel periodo immediatamente successivo. Solo poche stazioni radio e quotidiani hanno ripreso ad operare qui e solo un canale televisivo è di nuovo operativo, il Benghazi Broadcasting Network (BBN). Senza contare le zone in cui è presente lo Stato Islamico, come Sirte, in cui è quasi impossibile operare per i media. Al momento, la sola stazione radio a Sirte è Al-Tawhid ed è controllata da Daesh (ISIS). L’unica zona che sembra essere stata risparmiata dalla violenza è quella di Misurata, a 200km dalla capitale, in cui ci sono circa dieci stazioni radio stabili, un paio di quotidiani e due canali TV.

Per i media, i conflitti, locali e nazionali, hanno portato ad almeno due tendenze: in primis, una crescente polarizzazione sia nei media privati che in quelli pubblici, in secondo luogo la chiusura o l’esilio forzato di alcuni mezzi di informazione. La mancanza di sicurezza ha creato una situazione in cui è troppo pericoloso operare senza l’affiliazione ad una milizia e la protezione che questa comporta. Quattro anni dopo il rovesciamento e la morte di Gheddafi, le prospettive della Libia appaiono tetre. L’unica via d’uscita al momento sembra essere che le principali parti interessate raccolgano i pezzi rimasti del dialogo nazionale e lavorino verso un compromesso per creare un governo unito. Nel frattempo, i media e la popolazione civile stanno lottando per sopravvivere.

Morten Toustrupè dottorando presso l’International Media Support (IMS).

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Viviana Schiavo

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