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Tunisia: una mostra originale al museo del Bardo

Indice d'une suite Bardo

Indice-suite-BardoNove mesi dopo l’attentato che ha ucciso 21 persone, il museo Bardo ospita cinque giovani artisti tunisini che rivisitano la relazione tra la loro società e la religione, il terrorismo, l’arte culinaria… il tutto con una visita guidata.

L’indice d’une suite” (“L’indice di una sequenza”) è il titolo intrigante di questa mostra collettiva itinerante che fa tappa nel Museo del Bardo a Tunisi dal 16 dicembre – 7 Gennaio 2016. L’esposizione è stata concepita dall’associazione franco-tunisina “Kasbah Nova”, al fine di promuovere la scena artistica contemporanea della Tunisia emergente dal 2011. In collaborazione con la galleria parigina Glassbox, l’associazione sviluppa un’esperienza singolare e supporta il roaming degli artisti.

Selim Ben Cheikh, Hela Lamine, Ali Tnani, Rania Werda e Othman Taleb si sottopongono a una riflessione in cui l’espressione viaggia attraverso tre fasi del tempo e dello spazio. Le opere presentate al Bardo sono state già esposte a Parigi nel mese di giugno. Sono le stesse opere, ma non del tutto! Ciascuna è rivisitata e riformulata guadagnando in termini di dimensioni per cui “indica una sequenza” che, da un’esposizione all’altra, da un luogo a un altro, fa una mutazione. Senza sapere all’inizio che avrebbero esposto al Bardo, i cinque giovani artisti si sono appropriati della ricchezza del patrimonio per restituirne una lettura originale.

Rivisitare le tradizioni culinaria e coranica

Con La festa degli affamati, Hela Lamine, 31 anni, diventa etnologa e si interroga sul rapporto tra la società e gli alimenti destrutturando i componenti della tradizione culinaria e rendendoli in maniera estetica. Le sue fotografie rivisitano alcuni piatti tunisini, come le “dita di Fatima”, ammorbidendoli. “Si tratta di darne un punto di vista satirico”, dice l’artista per la quale un pasto può essere un’ “azione di cannibalismo”.

Selim Ben Cheikh Tumblr
Selim Ben Cheikh – Tumblr

Selim Ben Cheikh, 36 anni, ricompone l’arabesco, la base dell’arte decorativa e della calligrafia araba, con un filo spinato ad alto valore simbolico. Gioca sulla trasparenza dei plexiglass per scomporre i suoi disegni, creandone una vera e propria opera. Il suo approccio non è banale. Suggerisce, con questo set chiamato Ijtihad (sforzo di riflessione), la necessità di una nuova interpretazione dell’Islam presentando un verso del Corano in cui il testo è sfocato come sotto l’effetto del tempo e della memoria. “È anche un invito a ciascuno di noi, come compiere un lavoro su sé stessi lasciandosi sorprendere dal testo come se lo si leggesse per la prima volta”, dice l’artista.

Un altro modo di vedere l’angoscia umana

Religione e dibattiti identitari emergono come soggetti essenziali della mostra collettiva. Rania Werda, 30 anni, rivisita i Corani illuminati e ne crea dei palinsesti. Incidendo su pelle, sostituisce i versetti del Corano con sagome velate, ombre umane anonime cancellati dalla manipolazione.

La memoria e l’archivio sono anche l’approccio che ispira Ali Tnani, 33 anni. Con il suo Spazio di eccezione, mescola le tecniche per produrre un’elaborazione video che sovrappone disegni e testi, come il codice penale tunisino. Il tutto diventa un’installazione che mette in discussione il luogo d’arte come uno spazio dove “è accaduto l’inimmaginabile “, riferendosi all’attacco terroristico del 18 marzo 2015 che ha ucciso 21 persone.

L’architetto Othman Taleb, 38 anni, affronta il tema della diversità della folla attraverso un affresco, che va dal figurativo, all’astratto, al realistico. L’Angelus afferra la tragedia umana contemporanea dell’emigrazione, ma anche la moltitudine delle solitudini che si scontrano. L’inafferrabile in un mondo che cambia.

Al Bardo grazie alla cooperazione internazionale

L’arte contemporanea in Tunisia persiste e si ostina a mettere in lice i paradossi delle società attuali, alla ricerca di sé stesse. È curioso che, in questo processo, gli artisti tunisini siano supportati da associazioni estere o istituti culturali europei per avere visibilità in luoghi gestiti dallo Stato. Mentre le gallerie private scommettono sugli artisti locali, tutte le esposizioni al Museo del Bardo sono il risultato della cooperazione internazionale, soprattutto di svizzeri, canadesi e francesi.

 

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Emanuela Barbieri

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