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Tre motivi per cui il Libano teme l’avanzata dell’ISIS

Di Jean Aziz. Al-Monitor (16/06/2014). Traduzione  e sintesi di Cristina Gulfi.

I recenti avvenimenti in Iraq, con l’avanzata dell’ISIS, turbano l’arena libanese. Complice la coincidenza straordinaria con una serie di incidenti al confine, la preoccupazione ha lasciato spazio all’ossessione da parte delle autorità statali e delle varie forze politiche.

Da alcune settimane, il Libano attraversava una fase di calma – seppur cauta – in termini di sicurezza. Hezbollah aveva preso il controllo di gran parte del confine con la Siria, mentre il governo aveva adottato una serie di misure a Tripoli, Arsal e nella valle della Bekaa. Le notizie relative all’ISIS nella parte nord-occidentale dell’’raq, tuttavia, sono giunte proprio in corrispondenza di diversi incidenti securitari in Libano.

Il 10 giugno scorso, fondamentalisti armati dalla Siria sono entrati a Ras Baalbek, nel nord-est, rapendo otto persone. Due giorni dopo, uno sfollato siriano è stato ucciso in uno scontro a fuoco nel campo profughi di Arsal, sempre vicino alla frontiera con la Siria. Il 13 giugno, infine, sono stati registrati scontri violenti tra l’esercito siriano e i fondamentalisti nella regione di Rankous, nei pressi del confine orientale del Libano. Questi eventi sparsi, uniti a quanto sta accadendo in Iraq, sollevano diverse questioni relative alla sicurezza.

In primo luogo, il Libano costituisce un obiettivo dell’ISIS per motivi ideologici e dottrinali. A questo proposito, va notato che i Levante al quale l’organizzazione fa riferimento nel suo nome (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante) non riguarda solo l’attuale Siria, bensì l’Oriente arabo che include anche il Libano. A ciò si aggiunge la lotta settaria contro Hezbollah, incarnata da una serie di attentati e attacchi suicidi proprio nelle aree sciite del Libano.

In secondo luogo, in seguito all’avanzata dell’ISIS in Iraq, riemergono i timori sulla possibilità di cellule dormienti in Libano, o quantomeno sul risveglio di altri gruppi fondamentalisti desiderosi di unirsi al jihad dei loro “fratelli”, anche se non hanno un legame con l’organizzazione. D’altra parte, non si può essere certi che tra il milione e più di rifugiati siriani sul territorio libanese non ci siano dei fondamentalisti.

Il terzo motivo di preoccupazione, infine, è strettamente legato alla cosiddetta teoria del complotto ed è esemplificato da quelle forze esterne ed interne che cercano di provocare incidenti securitari in aree specifiche per poi accusare l’ISIS, in modo da creare pressioni a livello militare e politico. Ciò nell’ottica di colmare il vuoto presidenziale iniziato il 25 maggio, spingendo le forze politiche a trovare un accordo per l’elezione di un nuovo Presidente. È quanto accadde sette anni fa nel nord del Libano, quando scoppiarono degli scontri tra l’esercito libanese e l’organizzazione fondamentalista sunnita Fatah al-Islam.

Dunque, tre fattori fanno sì che Beirut sia in pensiero riguardo alle sorti di Baghdad. La minaccia dell’ISIS viene presa molto sul serio, come confermano fonti politiche ed ufficiali. Le forze armate libanesi hanno rafforzato la loro presenza lungo il confine e all’interno del Paese, mentre Hezbollah ha fatto lo stesso nei punti del confine con la Siria sotto il suo controllo.

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Cristina Gulfi

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