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Un momento di opportunità per i palestinesi

Di Rami G. Khouri. The Daily Star Lebanon (03/05/2014). Traduzione e sintesi di Cristina Gulfi

Il collasso dei negoziati israelo-palestinesi ha dato inizio ad una nuova fase di incertezza. I palestinesi si trovano nella posizione più difficile, a causa della debolezza militare, della frammentazione politica e della precarietà economica. Eppure, per loro, questo è anche un momento di opportunità su tre fronti: unità nazionale, resistenza politica coordinata e mobilitazione del sostegno internazionale.

Ritrovare un minimo di unità nazionale è la priorità, il che vuol dire andare oltre la riconciliazione tra Fatah e Hamas. L’accordo raggiunto prevede la formazione di un governo tecnico che sovrintenda a nuove elezioni, ma non basta. L’esigenza fondamentale è rivitalizzare le istituzioni dell’OLP, inerti dalla nascita dell’Autorità Palestinese. L’OLP, infatti, è l’unico rappresentante legittimo del popolo palestinese nella diplomazia internazionale.

I palestinesi, inoltre, devono trovare un modo per dividersi le responsabilità, così da implementare in maniera più diligente azioni politiche coordinate e strategie di resistenza nazionale. Tra le diverse opzioni rientrano innanzitutto i negoziati, che sono falliti per lungo tempo ma restano un importante strumento politico, specie se si presentasse un mediatore più credibile degli Stati Uniti.

Ma ce ne sono anche altre, come l’opera di state-building nei territori sotto il controllo palestinese;  l’adesione ad organizzazioni internazionali per garantire all’OLP maggiore influenza diplomatica; una forma di disobbedienza di massa non-violenta; la promozione a livello mondiale del movimento per il boicottaggio di Israele; una nuova insurrezione nei territori occupati; la continuazione della lotta armata, nonostante finora non abbia portato benefici alla causa nazionale palestinese (in questo senso, una resistenza politica unita e non-violenta ha molte più probabilità di successo).

La combinazione di tutte queste opzioni è necessaria per la mobilitazione del sostegno internazionale, che per quanto sia ampio non è mai confluito in una strategia diplomatica ben definita. La diffusione del movimento per il boicottaggio è indice di questo potenziale, specialmente perché il modo in cui Israele agisce nei confronti dei palestinesi è sempre più paragonato al sistema dell’apartheid in Sud Africa.

In conclusione, è un momento rischioso per il popolo palestinese, ma anche ricco di nuove possibilità verso la soluzione della causa nazionale e la realizzazione della pace, della giustizia e della legittimità nella regione. L’auspicio è che la leadership palestinese agisca in maniera più intelligente e responsabile rispetto al passato e intraprenda finalmente una strategia di resistenza politica coordinata a livello nazionale.

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Cristina Gulfi

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