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L’ex presidente Ben Ali e le leggi a suo favore

Di Borzou Daragahi. Financial Times (24/03/2014). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo.

In arabo, si usa il termine “wasta” per indicare le connessioni e le influenze che oliano gli ingranaggi della burocrazia e che ti aiutano ad andare avanti. La famiglia di Ben Ali, il presidente tunisino deposto nel 2011, ne sa di certo qualcosa.

Un nuovo rapporto rilasciato tramite la Banca Mondiale ha messo a nudo come Ben Ali, e chi vicino a lui, fossero capaci di cambiare le regole dell’economia tunisina per poterne beneficiare in prima persona, nonostante venissero stati elogiati dall’Occidente per la loro gestione degli affari del Paese. Il rapporto, inoltre, sottolinea la profondità delle sfide che oggi, a tre anni dalla caduta del regime Ben Ali, la Tunisia si ritrova ad affrontare, con molte delle stesse regole ancora in vigore.

I ricercatori della Banca Mondiale avevano già analizzato i dati fiscali forniti dal ministero delle Finanze tunisino e relativi a più di 600.000 aziende. Hanno scoperto che, di esse, le 220 venti compagnie in mano a familiari di Ben Ali avevano guadagnato il 21% dei profitti totali del settore privato nazionale tra il 1996 ed il 2010, in gran parte traendo vantaggio dalle leggi in loro favore. La famiglia Ben Ali sembrava sapere in quali settori del mercato era meglio entrare, stando alla larga da affari in cui c’era troppa competizione.

In più, il rapporto ha dimostrato che i settori che hanno stuzzicato l’attenzione dei parenti di Ben Ali tendevano a richiedere una maggiore attività di regolamentazione. “È facile fare soldi quando ci sono leggi che ti proteggono dalla concorrenza e ancora di più quando può creare tutte le norme di cui hai bisogno”, ha dichiarato Caroline Freund, co-autrice del rapporto del Peterson Institute for International Economics.

Nel corso dei suoi anni al governo, Ben Ali ha emanato 22 decreti presidenziali che hanno portato a 73 emendamenti della regolamentazione economica. Nel 2007, ad esempio, venne creata una legge che richiedeva un’autorizzazione governativa alle aziende produttrici di cemento, subito dopo che il cognato di Ben Ali aveva aperto una nuova compagnia chiamata Carthage Cement. “Generalmente, tendiamo a pensare alla corruzione in termini di tangenti”, afferma la Freund, “ma quello che ha sconvolto la gente [in Tunisia] è stato questa sorta di capitalismo clientelare che caratterizza l’intera regione, così come altri Paesi”.

Ben Ali si è guadagnato il favore internazionale per la sua gestione dell’economia rimuovendo la maggior parte delle regolamentazioni sugli affari orientati sulle esportazioni: “Aprendo molti settori dell’economia e trattando gli investitori stranieri col tappeto rosso, ha dato l’impressione di un Paese aperto agli affari e agli investimenti”, ha detto Antonio Nucifora, economista esperto in Medio Oriente e Nord Africa della Banca Mondiale. “Quello che ha fatto è stato togliere i riflettori dal resto dell’economia rimasta protetta da barriere d’accesso e da regole di controllo del prezzo”.

Diversamente da Egitto, Libia o Siria, la Tunisia è riuscita a trovare la via d’uscita dalla crisi politica ed evitare il declino verso la violenza e le repressione. Tuttavia, come affermato da Nucifora e la sua squadra, la Tunisia deve ancora sbrogliare la struttura regolamentare al centro dell’economia disfunzionale dell’era Ben Ali, dal momento che le regole e le restrizioni sulla concorrenza rimangono in vigore. “Sarebbe sbagliato dichiarare che, dopo la partenza di Ben Ali e della sua famiglia, il clientelismo sia scomparso dalla Tunisia”, ha commentato Nucifora.

Ben Ali, ora in esilio in Arabia Saudita, è stato condannato in contumacia all’ergastolo con l’accusa di corruzione, furto e complicità in omicidio.

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Roberta Papaleo

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