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Il lato oscuro delle relazioni arabo-africane

Di James M. Dorsey. Your Middle East (15/11/2014). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo.

Il rifiuto del Marocco di ospitare in gennaio la African Cup, per timore di un’importazione del virus Ebola dall’Africa occidentale, mette in evidenza le difficili relazioni tra le nazioni arabe e quelle sub-sahariane del continente, nonché le oscure macchinazioni della Confederazione Africana di Calcio (CAF), membro costituente del controverso ente mondiale della FIFA.

La decisione marocchina di violare i termini del suo accordo per ospitare il torneo ha portato la CAF a vietargli di partecipare all’evento, il più grande in Africa a livello calcistico. La decisione marocchina appare, tuttavia, piena di contraddizioni.

Il Marocco non può negare che la sua decisione sembra segnata dal pregiudizio basato sul fatto che gli arabi una volta erano i più grandi mercanti di schiavi del continente e che il Marocco emerge come il maggiore punto di transito verso l’Europa dei migranti sub-sahariani; infine, va messa in conto la preoccupazione dell’impatto di un possibile contagio di Ebola sul turismo, che costituisce il 10% del PIL marocchino.

La CAF ha ripetutamente dichiarato che l’Organizzazione Mondiale per la Sanità (OMS) aveva assicurato che l’Ebola non doveva essere un fattore per la decisione del rinvio  la Coppa d’Africa. I tre Paesi più intaccati dal virus – Sierra Leone, Liberia e Guinea – probabilmente neanche si qualificheranno al torneo. La Liberia è già stata squalificata, la Sierra Leone è in fondo alla lista del suo gruppo e la Guinea al massimo potrebbe arrivare terza nel suo.

Anche la giustificazione fornita dal Marocco è complicata in quanto, in contrasto con la decisione sulla African Cup, ha comunque deciso di ospitare il World Club Cup il prossimo mese, che probabilmente attirerà molti più fan internazionali che la coppa africana.

La decisione del governo marocchino è stata probabilmente influenzata dal fatto che il turismo africano ha già sofferto abbastanza con il caso Ebola. Il quotidiano The Telegraph lo scorso mese ha riportato che molti hanno disdetto viaggi in Paesi come il Sud Africa e il Kenya e che le prenotazioni alberghiere in Nigeria sono crollate del 50%, Paesi lontani dall’Africa Occidentale e che non sono stati attaccati dal virus.

Le relazioni arabe con l’Africa sub-sahariana hanno una storia lunga e complessa. “Le relazioni tra gli arabi e i neri africani sono sempre state alquanto asimmetriche. Nel corso della storia del loro coinvolgimento nell’Africa nera, gli arabi sono stati si conquistatori che liberatori, sia mercanti di schiavi che portatori di nuove idee. Commercio e islam sono stati compagni di cammino, con il muezzin che chiamava alla preghiera dalla piazza del mercato”, scriveva l’accademico keniota Ali A. Mazroui nel 1975 in un articolo di Forreing Affairs.

Le opinioni di Mazroui sono state sfidate dai nazionalisti neri che hanno negato che gli arabi siano parte dell’Africa nonostante il fatto che le nazioni arabe vivano tutte nel Nord del continente. Hanno inoltre chiesto risarcimenti per ciò che il premio Nobel nigeriano Wole Soyinka ha denunciato come il loro “saccheggio culturale e spirituale del continente” e hanno condannato l’ingente acquisto da parte degli investitori del Golfo di gran parte del suolo africano nel quadro di una strategia per la sicurezza alimentare che celava una nuova forma di colonialismo.

Il lato oscuro delle relazioni arabo-africane si è aggravato con i flussi migratori di sub-sahariani in Nord Africa. Il ministro del Lavoro marocchino, Abdelouahed Souhail, di recente ha dichiarato che i migranti sub-sahariani stavano aumentando i tassi di disoccupazione del Paese. Si stima che il numero di migranti in Marocco vada dai 10 ai 15.000, molti dei quali vivono in condizioni di povertà nel Paese dopo non essere riusciti ad arrivare in Europa.

In risposta all’aggravarsi dei comportamenti razzisti causati dall’immigrazione e dall’Ebola, la ONG marocchina Forum Anfa ha lanciato una campagna con lo slogan “Io sono un marocchino, Io sono un africano”. Da parte sua, Aicha Ech-Chenna, attivista e vincitrice di un Global Opus, ha dichiarato che “non basta dire sono marocchino, sono africano. Dobbiamo accettare i sub-sahariano per ciò che sono, con le loro religioni, che sia cristiana o musulmana. Non dobbiamo chiedergli di convertirsi o di cambiare per ché siano accettati. Abbiamo tutti un’identità africana”.

James M. Dorsey è professore presso la S. Rajaratnam School of International Studies dell’Università Tecnologica Nanyang di Singapore ed è autore del blog dal titolo “The Turbulent World of Middle East Soccer”.

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Roberta Papaleo

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