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I laici turchi dovrebbero smetterla di nascondersi dietro Ataturk

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All'indomani del referendum, l'élite laica in Turchia è più preoccupata della fine del lascito tirannico di Ataturk che dell'indebolimento della democrazia

Di Tallha Abdulrazaq. Middle East Eye (19/04/2017). Traduzione e sintesi di Antonia M. Cascone.

Quando ai cittadini turchi è stato chiesto se accettare o meno, tra le altre cose, il passaggio da un sistema parlamentare a uno presidenziale, molti laici, insieme all’opposizione nazionalista, hanno invocato il padre fondatore della Turchia, Mustafa Kemal Ataturk. Secondo loro, la concezione kemalista di Stato laico e democratico rischia di essere distrutta dal presidente “islamista”, Recep Tayyip Erdogan, e dal suo modo di governare autoritario. Tale opinione non è affatto falsa o scorretta, tuttavia attaccare Erdogan utilizzando un idolo senza voce quale Ataturk, cela una politica ancor più nefasta.

Attualmente figura dai contorni quasi mitici in Turchia, Mustafa Kemal guidò la Guerra d’indipendenza turca nel 1919, conducendo i suoi compatrioti alla vittoria, mettendo la Turchia in salvo dalle grinfie del colonialismo europeo e assumendo il ruolo di primo presidente della nuova Repubblica. A quattro anni dalla sua morte, il parlamento lo insignì dell’appellativo di Ataturk, “Padre dei Turchi”. Ataturk fu senza dubbio un uomo dalle eccezionali doti di leader e di grande valore militare, eppure l’esaltazione e la santificazione dell’uomo in sé, sia all’interno della Turchia sia, recentemente, sulla scena internazionale come antitesi all’islamismo di Erdogan, ha portato all’offuscamento della realtà della vita sotto il suo governo. Ataturk ha creato un sistema che, ben lungi dall’essere una democrazia pluralista, aperta e liberale, lo ha visto nel ruolo di presidente esecutivo con il potere di nominare il proprio primo ministro, ironicamente in maniera analoga a quella del sistema dei gran visir ottomani che egli stesso aveva abolito. Il primo ministro, a sua volta, governava un parlamento dominato da un unico partito, il Partito Repubblicano del Popolo (CHP), che oggi costituisce la principale opposizione a Erdogan. Ataturk ha creato un ambiente nel quale un’élite laica, anti-islamica, reazionaria e decisamente antidemocratica dominava non solo nelle stanze del potere, ma anche in campo militare. La Costituzione emendata domenica scorsa è stata, in effetti, istituita da una giunta nel 1982, in seguito a un colpo di stato guidato dal generale kemalista Kenan Evren.

Ripristinando un sistema presidenziale esecutivo, Erdogan non ha calpestato l’eredità di Ataturk ma, in effetti, si è avvicinato come mai prima al suo modo di governare. D’altra parte, l’attuale presidente si oppone apertamente alla visione politica e ideologica del padre fondatore, ma è davvero un fattore negativo, considerata la tirannia dei precedenti governi kemalisti?

Si possono contestare molte cose a Erdogan, tuttavia, dal 2002, lui e il suo partito hanno potenziato l’economia e hanno concesso libertà a lungo negate alla popolazione prevalentemente conservativa, ad esempio permettendo alle donne che ricoprono cariche pubbliche di indossare il velo, ma anche garantendo il diritto alla popolazione curda di comunicare e ricevere un’educazione in scuole private nella loro lingua madre, tutte cose proibite nel sistema della reazionaria élite laica che li aveva preceduti. Non ci si stupisce, dunque, che la maggior parte dei voti dei curdi vada a favore dell’AKP, piuttosto che al separatista e pro curdo Partito Democratico del Popolo (HDP).

La democrazia è molto più del semplice voto, e ci sono ancora molti problemi con gli emendamenti costituzionali. Ad esempio, le elezioni parlamentari e quelle presidenziali saranno tenute lo stesso giorno, il che significa che c’è una grossa probabilità che il parlamento sarà dominato dal partito a cui appartiene il presidente. In ogni caso, questo non implica che la Turchia sia apertamente diventata una dittatura. L’AKP di Erdogan è ben conscio di aver perso il consenso della base conservativa urbana a Istanbul, così come ad Ankara e Izmir, nelle quali si concentra la maggior parte del prodotto economico ed intellettuale del Paese. La stretta vittoria del sì sta a significare che si dovrà ripensare una nuova strategia, se si spera nel successo a lungo termine, e forse suggerisce di scendere a compromessi con l’opposizione su alcuni degli emendamenti più contrastati. Dopo tutto, Erdogan deve ancora vincere le elezioni del 2019 per poter usufruire dei nuovi poteri presidenziali.

Il giorno prima del referendum, un accademico nazionalista anti AKP mi ha detto che “in Turchia, l’opposizione è democratica solo quando è all’opposizione. Se fosse al potere, starebbe agendo esattamente come Erdogan”: questa affermazione è probabilmente una delle più pregnanti in riferimento al risultato del referendum. Ataturk se n’è andato da tempo e l’élite laica a cui ha affidato la sua eredità adesso è molto arrabbiata, ma non per l’indebolirsi della democrazia, quanto all’idea di un Erdogan con pieni poteri, che potrebbe seppellire una volta per tutte la tirannia ideologica e politica di Ataturk a favore di una società turca prevalentemente conservatrice.

Tallha Abdulrazaq è un ricercatore all’University of Exeter’s Strategy Security Institute.

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