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Il Sinai ha segnato il destino di Morsi?

MorsiDi Sahar Aziz. The Daily Star (02/09/2013). Traduzione e sintesi di Angela Ilaria Antoniello.

Il deposto presidente egiziano, Mohammad Morsi, ha commesso molti errori che hanno portato una popolazione disillusa e sempre più impoverita a sfidare la sua legittimità. Tuttavia, la situazione securitaria in rapido deterioramento nel Sinai potrebbe essere stata l’input principale per la sua rimozione. Preservare la sicurezza nella penisola del Sinai, in particolare al confine orientale con Israele, è parte integrante degli obblighi convenzionali dell’Egitto. Di conseguenza, le forze di sicurezza egiziane durante l’era Mubarak hanno adottato un approccio di tolleranza zero nei confronti di chiunque fosse sospettato di terrorismo, compresi i beduini indigeni.

Poco dopo la rivoluzione del 2011, un afflusso di missili anti-aerei e anticarro dalla Libia al Sinai ha iniziato a peggiorare la situazione. Alcune armi sono arrivate a Gaza attraverso i tunnel sotterranei, mentre altre sono rimaste nel Sinai sotto il controllo di gruppi estremisti islamici. Insieme alle armi sono arrivati anche militanti provenienti dall’estero con diversi obiettivi politici che vanno dal lancio di attacchi contro Israele a dimostrazioni di forza contro l’esercito egiziano al fine di creare un emirato islamico nel Sinai.

La risposta di Morsi ha portato alla ribalta il suo cambiamento in politica estera e in materia di sicurezza nazionale – un cambiamento che ha lasciato gli Stati Uniti e il suo alleato chiave nella regione, Israele, preoccupati per i loro interessi geopolitici nella regione. Inoltre, mentre i rapporti del governo Morsi con Hamas si rafforzavano, il contrabbando di merci e armi dal Sinai verso Gaza si intensificava, allarmando Israele.

Nel frattempo, l’approccio soft di Morsi rispetto ai rapimenti e alle uccisioni di soldati egiziani nel Sinai attraverso la mediazione con i capi tribù, piuttosto che con la tradizionale risposta militare, lo ha fatto apparire ingenuo e incapace di governare agli occhi dei militari. In netto contrasto con la linea dura di Mubarak, Morsi ha incaricato il suo regime di organizzare riunioni con gli anziani delle tribù per ascoltare le loro lamentele e le loro idee su come porre fine allo spargimento di sangue nel Sinai e lungo il valico di Rafah. I militari hanno interpretato l’approccio soft di Morsi come prova delle sue lealtà conflittuali, prese tra la simpatia per i gruppi islamici estremisti e il suo dovere, in quanto presidente, di preservare la sicurezza nel Sinai.

Emergono sospetti sul fatto che Morsi e suoi sostenitori dei Fratelli Musulmani avessero ulteriori piani per il Sinai, forse in linea con una ideologia esterna volta a creare un’alleanza pan-islamica in tutto il Medio Oriente – piuttosto che il perseguimento di interessi di sicurezza nazionale come stabilito nell’ambito del trattato di pace di Camp David. Pertanto, le politiche di Morsi nel Sinai hanno dato ai militari l’opportunità di guadagnarsi il sostegno dell’opposizione nello sforzo di destituirlo.

Gli ultimi due anni hanno impartito molte lezioni agli egiziani, che stanno lentamente uscendo dalla nebbia di decenni di dittatura. Dalla priorità da dare all’economia all’ imparare a costruire il consenso in uno spazio politico nascente. Ma forse la lezione più importante per i futuri presidenti civili è quello di dare la priorità al Sinai nell’agenda securitaria egiziana. Ovviamente se i militari egiziani ricederanno mai il potere ad un governo civile.

 

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Ilaria Antoniello

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