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Crisi Iran – Arabia Saudita: Intervista a Ahmad Rafat

Intervista di Katia Cerratti

Ancora altissima la tensione tra Riyad e Teheran dopo l’esecuzione dell’imam sciita Nimr al-Nimr, storico Nimroppositore del regime saudita, giustiziato insieme ad altre 46 persone con l’accusa di terrorismo. Una provocazione per l’Iran, che ha portato la Guida Suprema Ayatollah Khamenei ad appellarsi alla ‘vendetta divina’. Un atto dovuto per la sunnita Arabia Saudita che invece contesta all’Iran di appoggiare il terrorismo.

Le reciproche accuse e la crisi diplomatica che si è innescata tra i due Paesi dopo l’assalto al consolato generale saudita a Mashhad, in Iran, che ha visto il ritiro del personale diplomatico da parte saudita e contemporaneamente l’obbligo per i diplomatici di Teheran di lasciare il regno wahhabita entro 48 ore, hanno dato vita a un crescente effetto domino che sta infiammando Iraq, Libano, Yemen, Sudan e molti Paesi del Golfo. E malgrado la presenza di due milioni di sciiti in Arabia Saudita, il movente religioso non sembra reggere nel conflitto in atto, se non come strumento volto a legittimare le prese di posizione da parte dei due Paesi. Né risulta credibile l’idea che l’Iran, all’improvviso, possa ergersi a paladino dei diritti umani, visto l’alto numero di esecuzioni e la repressione dilagante. Un conflitto dunque, apparentemente difficile da decodificare, anche se tutto sembrerebbe ricondurre a un groviglio di interessi politici ed economici alla Great Game.

Ma per meglio comprendere i retroscena di questa crisi e gli eventuali scenari geopolitici che si apriranno, il giornalista italo-iraniano Ahmad Rafat ci ha rilasciato un’intervista in cui analizza alcuni importanti aspetti delle tensioni in atto.

Cosa vuole dimostrare l’Arabia Saudita con queste esecuzioni e, soprattutto, a chi?

L’Arabia Saudita si sente minacciata da Al-Qaeda e dall’Isis, cosi come dagli sciiti filo iraniani attivi delle regioni orientali della Penisola. Infatti solo 4 delle recenti esecuzioni riguardano gli sciiti, tutti gli altri erano appartenenti o simpatizzanti di Al-Qaeda e dell’Isis. I sauditi sono accusati da più parti di sostenere finanziariamente il terrorismo wahhabita. La nuova dirigenza del paese formata soprattutto da giovani, vuole far cadere queste accuse e pertanto ha deciso l’esecuzione dei militanti delle organizzazioni terroristiche. Nello stesso tempo la nuova politica estera del paese, al contrario del passato che era caratterizzata da interventi non aggressivi, vuole portare il paese alla guida del Mondo Arabo. In questa logica va visto l’invio della truppe nel Bahrein e l’impegno militare nello Yemen. Su questa strada, la strada per affermarsi come potenza regionale, trova la Repubblica Islamica, che a sua volta ha una politica molto aggressiva che mira a far diventare questo paese il leader del Mondo Islamico. Lo sceicco ucciso, e i suoi tre collaboratori, da tempo erano impegnati nel creare una organizzazione politico-militare sul modello degli Hezbollah libanesi, e rappresentavano un pericolo reale per il governo di Riyad. Dall’altro canto, con la loro uccisione, i sauditi volevano lanciare un avvertimento forte a Teheran e provocare nello stesso tempo una loro reazione. Una strategia che ha funzionato. La reazione violenta da parte di Teheran c’è stata.

Khamenei ha dichiarato che l’Arabia Saudita pagherà un prezzo alto per aver giustiziato al-Nimr e in una vignetta ha paragonato le esecuzioni inflitte dal regno wahhabita a quelle dell’Isis. Come interpreti queste esternazioni dell’Ayatollah?

vignetta

Le parole dure di Khamenei e le sue minacce lasciano il tempo che trovano. Abbiamo sentito le stesse minacce e gli stessi toni anche quando il Regno Saudita ha inviato i suoi militari nel Bahrein per reprimere la rivolta degli sciiti pro-iraniani, o quando è intervenuto nello Yemen a capo di una alleanza di forze militari da alcuni altri paesi arabi. In nessuno dei casi la reazione della Repubblica Islamica è andata oltre le parole e qualche manifestazione a Teheran e qualche altra città iraniana. La Repubblica Islamica non è nelle condizioni economiche di intraprendere altre avventure militari nella regione, essendo già impegnata in Siria a fianco di Bashar al-Assad e in Iraq sostenendo alcune milizie sciite. Teheran ha dovuto già ridurre la presenza in Siria per due ragioni: costi finanziari alti e costi umani.

 

 

Può essere considerata anche un’azione di “politica estera”?

È un’azione di politica estera l’esecuzione degli sciiti e dei sostenitori di Al-Qaeda e dell’Isis, così come lo è anche l’attacco contro le sedi diplomatiche saudite in Iran.

Yemen e Siria. Quale il peso di questi conflitti e quale ruolo giocheranno Stati Uniti, Arabia Saudita, Russia e Iran nel processo di pace e di transizione in corso?  

In ambedue le situazioni i sauditi e gli iraniani si combattono sul terreno di altri paesi e indirettamente. Proprio per questo hanno un ruolo determinante nella ricerca di qualsiasi soluzione per porre fine ai conflitti in corso. In Siria è in corso anche un’altra guerra indiretta con dimensioni maggiori, quella tra gli Stati Uniti e la Russia. In qualche modo ci troviamo in una situazione con similitudini alla guerra fredda degli anni Sessanta. La Russia sta cercando di riprendersi il ruolo che aveva come Unione Sovietica, ma questa volta non sulla base ideologica, ma di interessi strategici.

Quanto influisce la questione OPEC nelle tensioni tra Iran e Arabia Saudita?

La guerra del petrolio tra il Regno Saudita e la Repubblica Islamica è una conseguenza dello scontro per il dominio della regione. L’Arabia Saudita ha le risorse necessarie per affrontare la situazione creatasi con il deprezzamento del barile, mentre questo per l’Iran rappresenta un vero problema. Il governo Rohani ha presentato una finanziaria basata sul barile a 60 dollari, ed oggi si trova a vendere il suo petrolio a metà prezzo.

Le Nazioni Unite hanno nominato l’ambasciatore saudita, Faisal bin Hassan Trad, Capo del Consiglio per i diritti umani dell’Onu per il 2016, malgrado il record di esecuzioni e le continue violazioni eseguite nel Paese che rappresenta. Come giudichi questa nomina?

Non mi sorprende. Nel passato ha avuto un ruolo simile anche la Libia del colonnello Gheddafi. Le istituzioni dell’ONU hanno una loro logica, che spesso sono incomprensibili. Io non capisco nemmeno la nomina di un russo a capo dell’UNODC, l’organismo delle Nazioni Unite che deve combattere le mafie e il crimine organizzato.

Alla luce di quanto accaduto nelle ultime ore, quali scenari potrebbero profilarsi nello scacchiere geopolitico mediorientale?

Personalmente non credo che l’attuale crisi tra l’Iran e l’Arabia Saudita possa trasformarsi in un conflitto armato, così come sono convinto che questa crisi, con alti e bassi continuerà nei prossimi mesi e forse anni, in quanto non conviene a nessuno dei due paesi superarla. Il Medio Oriente continuerà a bruciare, fino a quando il petrolio rimarrà una risorsa energetica dominante.

Ahmad Rafat è nato a Teheran nel 1951, da padre iraniano e madre italiana. Ha studiato Scienze politiche in Italia e Psicologia dei mezzi di comunicazione di massa all’Università di Francoforte. E’giornalista professionista dal 1976. Ha coperto più di 50 conflitti in Europa, Africa e Medio Oriente. Sue importanti collaborazioni: inviato del settimanale spagnolo Tiempo. Esperto di questioni iraniane e mediorientali dell’agenzia Adnkronos International (Aki) di Roma. Analista geopolitico a Rainews24. Collaboratore di Voice of America, Persian News Network e la storica Radio Farda. E’membro fondatore dell’associazione Iniziativa per la Libertà d’Espressione in Iran e Segretario generale del comitato esecutivo di Information Safety and Freedom. Ha tradotto alcuni libri di Che Guevara in farsi, nel 1991 ha scritto una breve biografia di Saddam Hussein in spagnolo, e nel 1981 ha pubblicato, in diverse lingue, una raccolta delle fatwa emesse dall’Ayatollah Khomeini durante gli anni dell’esilio a Najaf. Nella raccolta Carte e Piombo, ha raccontato la sua esperienza in Bosnia durante la guerra. In Italia ha pubblicato due libri, L’ultima primavera, Polistampa 2006, e Iran, la rivoluzione online, Cult 2010, quest’ultimo sul movimento dell’Onda Verde del 2009. Rapporto tra Islam e Occidente, condizione delle donne in Iran e l’Iran sotto la presidenza di Ahmadinejad, sono i temi dei libri a cui sta lavorando. Attualmente vive a Londra.

 


Katia Cerratti

Giornalista professionista, laureata in Lingue orientali con una tesi in Islamistica sull’integralismo islamico in Egitto, comincia ad amare la lingua araba all’età di undici anni, quando un compagno di scuola, marocchino, le scrive il nome in arabo sul diario: Muhammad محمد. Coltiva negli anni una grande passione per il multiculturalismo, la difesa dei diritti umani e delle minoranze, segue la politica estera in particolare di Asia e Medio Oriente e la vita culturale di queste regioni. Inizia a scrivere sul "Calendario del popolo” di Nicola Teti, ha collaborato con il settimanale Left e con le testate online arabismo.it e newscinema.eu, e attualmente scrive per arabpress.eu. Da molti anni lavora nella redazione Media Management di Rainews24.

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