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C’è bisogno che si parli di Yarmouk

I bambini di Yarmouk in uno scatto di Fadi Khattab
I bambini di Yarmouk
in uno scatto di Fadi Khattab

Di Talal Alyan. Beyond Compromise (17/12/2013). Traduzione e sintesi di Claudia Avolio.

Da quasi sei mesi ormai, il campo di Yarmouk si ritrova a subire gli effetti di una nuova, devastante tattica intrapresa dalla dinastia Assad. Il metodo è semplice: isolare una zona tanto a lungo da costringerla ad arrendersi. Se tale approccio mira a colpire le forze di opposizione di Yarmouk, l’intenzione è tuttavia anche quella di sottrarre al campo palestinese di Damasco le risorse di cui i residenti sentono un bisogno disperato.

L’ingresso a Yarmouk di aiuti umanitari – cibo e medicine – è quasi del tutto impedito. I residenti hanno continuato la loro strenua lotta al blocco in atto malgrado le cattive acque in cui versano. Risale al 7 dicembre la nottata di proteste per la “rottura dell’assedio”, in cui i manifestanti hanno chiesto “latte e pane per i nostri bambini” lamentando che “nei mercati non c’è cibo, stiamo morendo di fame”.

Tra i più colpiti figurano proprio i bambini: molti i casi di denutrizione, che sfociano non di rado nel decesso dei piccoli, in ciò che può essere descritto solo come un “sistematico lasciar morire di fame”. L’8 dicembre i più piccoli abitanti di Yarmouk sono scesi per le strade a protestare, portando con sé cartelli coi nomi dei loro piatti preferiti. Le medicine – spesso questione di vita o di morte – non raggiungono il campo. A peggiorare tale blocco, c’è anche il fatto che molti tra dottori e personale specializzato hanno dovuto lasciare Yarmouk.

Se un tempo i rifugiati palestinesi a Yarmouk erano oltre 160 mila, si stima che oggi ne siano rimasti meno di 30 mila. Eppure, malgrado lo stato d’assedio ed il blocco, molti residenti rifiutano di ritrovarsi ad essere rifugiati per la seconda volta. Quando il PFLP-GC (il Comando Generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina) – schierato con Assad – aveva chiesto ai civili di lasciare Yarmouk così da poter colpire i ribelli, chi era rimasto nel campo si è rifiutato di andar via.

Una protesta in tal senso si è svolta per denunciare la condotta di Ahmad Jibril – l’uomo a capo del Fronte – affermando che non ci sarebbe stata “alcuna migrazione dal campo di Yarmouk” se non “da Yarmouk a Gerusalemme”. Il campo viene bombardato quasi ogni giorno, immergendo gli abitanti in uno scenario da guerra civile.

Al mondo esterno arriva ben poco di quanto accade a Yarmouk, ed è per questo che c’è bisogno che se ne parli. Abbiamo ancora nella testa le immagini orribili del massacro di Sabra e Shatila. Dobbiamo fare di più che guardarci indietro desolati. Oggi, è la Yarmouk che muore di fame e che viene fatta a pezzi a cercare la nostra attenzione. Noi dobbiamo parlare per lei, rivolgendoci a un pubblico che da sola non può raggiungere.

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Roberta Papaleo

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