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Yemen: un raid di troppo a Sana’a?

Yemen
Gli attacchi aerei che hanno fatto 140 morti in Yemen durante il weekend potrebbero avere gravi conseguenze, influenzando le relazioni tra Riyad e Washington

Di Samia Medewar. L’Orient le Jour (10/10/2016). Traduzione e sintesi di Claudia Negrini

Allora, cosa sta combinando l’Arabia Saudita? Invischiata da un anno e mezzo in un’operazione militare disastrosa in Yemen, il regno ha attirato ancora una volta le ire di molte grandi potenze, dopo il raid di sabato scorso su Sana’a. Secondo l’ONU, sono rimaste uccise 140 persone e 525 sono state ferite durante gli attacchi aerei che hanno coinvolto una cerimonia funebre nella capitale yemenita, in mano degli Houthi. Sostenuti in particolare dall’Iran, questi ultimi non hanno esitato a classificare l’operazione come “crimine di guerra” e il loro leader, Mohammad Ali al-Houthi, e il suo alleato, l’ex-presidente yemenita, Ali Abdallah Saleh, hanno esortato i ribelli a vendicarsi e a combattere “il nemico saudita”.

Il raid su Sana’a ha delle conseguenze anche per l’alleato americano, che ha affermato di essere “profondamente turbato” dal massacro, prima di annunciare la sua decisione di riesaminare il suo sostegno alla coalizione araba guidata dall’Arabia Saudita. Questo bagno di sangue è troppo simile a quelli che Washington e la comunità internazionale criticano, protratti da Mosca in Siria, soprattutto ad Aleppo dove le vittime civili  sono numerose e i negoziati di pace sono più che mai ad un punto morto.

Sicuramente non è la prima volta che Washington è presa alla sprovvista dalle iniziative saudite. L’inizio delle operazione della coalizione araba ne è un esempio. Sebbene la lotta ad Al-Qaeda, a Daesh (ISIS) e ad altri gruppi terroristici sia una priorità per Washington, desiderando più stabilità nella regione, contrastare l’influenza iraniana rimane una preoccupazione primordiale per Riyad. Le guerre di procura tra il regno e la Repubblica Islamica sono proliferate in Siria, in Iraq e in Yemen; e la stessa guerra per ottenere maggior influenza è in atto anche in Libano.

La firma di un accordo storico sul programma nucleare iraniano, il 14 luglio 2015, ha accelerato il deterioramento delle relazioni tra l’amministrazione del presidente Barack Obama e il regno wahhabita. La fine delle sanzioni nei confronti dell’Iran, non ha sicuramente contribuito ad alleggerire le lamentele di Riyad che si sente circondato da nemici.

In questo contesto, le dichiarazioni americane sul desiderio di riesaminare il sostegno militare al regno, in seguito agli attacchi aerei di sabato a Sana’a, non sono per niente insignificanti. Ma la potenza militare di Riyad ne risentirà? Nessuno lo può dire. Esattamente un mese fa i due paesi avevano firmato un contratto di 1,15 miliardi di dollari, in occasione di una vendita di equipaggiamenti di difesa per Riyad. La vendita comprendeva anche carri armati, armi automatiche pesanti adatte a obbiettivi terrestri, dei lanciagranate e dei veicoli blindati. Il raffreddamento delle relazioni tra i due alleati non sembra essere di ostacolo a un affare del genere.

Questi sviluppi sopraggiungono inoltre a un mese dalle presidenziali americane, e perciò alla fine del mandato di Barack Obama. Se l’uomo d’affari che è Trump potrebbe più o meno soddisfare il regno, quest’ultimo potrebbe forse capirsi meglio con Hillary Clinton, nota al regno saudita da quando era segretaria di Stato. Sul piano diplomatico, le operazioni saudite dovrebbero avere poche conseguenze sulle relazioni tra Riyad e Washington, almeno sul breve termine. Certo è che è poco probabile che le relazioni rimangano così rosee per i prossimi decenni.

Samia Medewar è una giornalista libanese che scrive per L’Orient le Jour.

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