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Con la sua musica, Fes mantiene vivo l’incantesimo di Mandela

Di Fernando Navarro. El País (16/06/2014), Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo.

Nelson Mandela usava fare riferimento al concetto africano di “ubuntu” per spiegare l’incantesimo della sua storia, la ragione per cui ha potuto superare le barriere dell’odio e guidare un Paese dove bianchi e neri hanno vissuto separati e opposti per decenni. “Ubuntu” significa “fratellanza”, un’idea che va oltre il singolo individuo e che significa che una persona è tale solo attraverso altre persone.

All’interno dell’enorme spazio di Bab al-Makina, il vecchio palazzo reale della città imperiale di Fes, la musica è stata una sorta di “ubuntu” con il quale l’io è stato subordinato al noi. Perché, come un vero incantesimo, tutti i presenti hanno condiviso con gioia i ritmi africani e senegalesi di Youssou N’Dour e del sudafricano Johnny Clegg, mentre mantenevano viva la memoria di Mandela, al quale è stata dedicata la 20a edizione del Festival di Musica Sacra di Fez.

Youssou N’Dour si è esibito accompagnato dai suoi fedeli compagni del gruppo Super Étoile di Dakar. Con loro, il cantante, oggi anche ministro della Cultura del suo Paese, dà sempre il meglio di sé, dando alla sua musica un colore tanto intenso quanto potente, senza perdere nessun tocco senegalese. Ma l’elemento migliore resta il grido di battaglia di N’Dour, una delle voci più belle del continente africano, alla quale è stato impossibile resistere durante l’esecuzione della sua celebre “Nelson Mandela”.

In questo tributo alla carismatica figura del leader sudafricano, un musicista come N’Dour non poteva mancare, icona della musica nera africana, alla quale Youssun ha dato visibilità a livello mondiale con i suoi canti ancestrali in wolof, la lingua più parlata in Senegal.

Un altro che non poteva  mancare era Johnny Clegg, che ha fatto ballare tutto il pubblico al ritmo dei suo inni con eco zulu. Quando poi si è accinto a suonare “Asimbonanga”, il suo famoso inno per Mandela, sono bastate poche note perché il millenario recinto murato di Fez si trasformasse da festa a cerimonia quasi mistica, con la maggior parte degli spettatori in silenzio, come pregando per ricordare l’uomo che ha messo fine all’apartheid, “la voce più utile d’Africa, che ha creato una nuova atmosfera di tolleranza ed energia positiva in tutto il continente”, come lo descrive Abderrafia Zouitene, presidente del Festival.

Con la stessa predisposizione a costruire ponti tra differenti culture, il tenore italiano Roberto Alagna si è esibito con The Khoury Project, una magnifica band di otto musicisti, capeggiata da tre fratelli palestinesi, che fonde i ritmi tradizionali mediorientali con influenze del jazz o con diversi suoni europei autoctoni, come la musica celtica o il flamenco.

L’evento mira a raggiungere i quattro angoli del mondo e, a partire dall’anno prossimo, aspira all’inclusione di altre arti, come la cucina, l’architettura e l’artigianato. Tuttavia, la sua essenza continuerà ad essere la musica del mondo, o semplicemente la musica. Perché, così come Mandela diceva che “siamo tutti rami dello stesso grande albero dell’umanità”, si può dire che le musiche del mondo riescono a realizzare quell’incantesimo che lui chiamava “ubuntu”.

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Roberta Papaleo

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