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Quando le vignette sul Profeta non erano blasfeme

Di Rosa Meneses. El Mundo (18/01/2015). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo.

In copertina, una miniatura persiana che mostra il profeta Muhammad che guida altri profeti islamici alla preghiera

C’è stato un tempo in cui pubblicare un fumetto sul profeta Muhammad non era blasfemo. E si tratta solo di cinquant’anni fa e, per di più, ad opera di musulmani. Nessuno allora espresse condanne o minacce, ne tanto meno ci furono uccisioni.

L’attentato contro Charlie Hebdo ha fatto rivivere una polemica recente, ma la pubblicazione di fumetti sulla vita di Muhammad non è una novità. “Cinquant’anni fa, un eminente intellettuale musulmano di Damasco, Salah al-Din al-Munajjid (1920-2010), creò una collezione di biografie delle grandi figure dell’islam, di cui la prima fu dedicata al profeta”, dichiara François Zabbal, caporedattore della rivista Qantara, edita dall’Istituto del Mondo Arabo di Parigi (IMA).  L’opera uscì negli anni ’60, “nella stessa epoca in cui sono cresciuti i caricaturisti assassinati”.

Al-Munajjid si sarebbe sorpreso se fosse stato accusato di sacrilegio. La sua collezione “era rivolta ai bambini musulmani di tutti i Paesi, col fine di spiegare la vita dei grandi uomini dell’islam in uno stile narrativo semplice e interattivo”, spiega Zabbal, che pubblicherà una ricerca sul fumetto. Si tratta, dunque, di una motivazione culturale e storica. “È chiaramente una collezione per istruire in forma attrattiva, un collezione culturale che fornisce modelli di comportamento e mostra che questi uomini del passato sono diventati grandi grazie ai principi dell’islam. E tutto comincia con Muhammad, naturalmente”, spiega Zabbal.

Al-Munajjid ha dedicato la sua vita all’edizione di testi arabi antichi del patrimonio culturale, sia religiosi che non. Questo editore damasceno applicò le tecniche moderne alla diffusione della cultura islamica. “La rappresentazione di immagini non è vietata nell’islam: il Corano non né dice nulla. Solo a partire da Salman Rushdie si è cominciato a parlare di blasfemia”, dice Zabbal.

Per i musulmani più conservatori, la rappresentazione di Muhammad è un anatema, relazionato al divieto di adorare gli idoli pagani. Nel Corano, questa proibizione non è esplicita, tanto meno è prevista dalla sunna, la raccolta di parole e azioni del profeta che costituiscono un corpus separato dal Corano. Negli hadith, i detti del profeta, raccolti da Mohammed al-Bukhari (810-870), vengono raccontati episodi della sua vita sui quali la tradizione si basa per proibire le immagini nei luoghi di culto. Quindi, la tradizione si è imposta e le immagini sono associate agli idoli, di cui il testo sacro vieta esplicitamente l’adorazione.

Con “I versi satanici” di Salman Rushdie (1988) tutto è cambiato. Il mondo musulmano si è ribellato all’irriverenza con cui si parlava dell’inviato di Allah. Ci furono proteste e divieti di pubblicazione del libro dall’India al Sudafrica, al Pakistan, al Qatar. L’ayatollah Khomeini emanò una fatwa che richiedeva l’esecuzione di Rushdie, per blasfemia e apostasia. Lo scrittore ha vissuto sotto protezione per anni.

Si da il caso che l’islam sciita, maggioritario in Iran, di fatto ammette le immagini dei santi. Ovunque si possono vedere sia rappresentazioni di Muhammad che dell’imam Ali (nipote e genero del profeta) e di suo figlio, l’imam Hussein. Quanto ai caricaturisti di Charlie Hebdo, non è stata emanata nessuna fatwa. Il direttore della rivista era nella lista nera di Al-Qaeda, insieme ad altri otto obiettivi da eliminare per “aver insultato l’islam”.

Zabbal ricorda che, 25 anni dopo al-Munajjid, nel gennaio 1990, il tunisino Youssef Seddik vide come il Consiglio Islamico Superiore di Tunisi vietata il suo progetto di pubblicare il Corano in vignette. L’affare Rushdie aveva di colpo messo fine alla libertà dei decenni precedenti.

Rosa Meneses è una reporter spagnola per El Mundo esperta in Maghreb, Medio Oriente e islam politico.

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Roberta Papaleo

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