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Pakistan, il prezzo dell’estremismo

“Il Pakistan sta pagando un prezzo devastante perché si piega agli estremisti e permette loro di dettare l’agenda politica…In Pakistan, come nel resto del mondo musulmano, c’è un senso di impotenza nei confronti dei governi occidentali e dei media che vogliono difendere il diritto alla libertà di parola ma pubblicano materiale esplosivo che fa infuriare i musulmani. Un crescente senso di impotenza economica e politica sta portando al sostegno delle idee estremiste”.

E’ quanto afferma il giornalista e scrittore pakistano Ahmed Rashid, in un’analisi per la BBC, pochi giorni dopo le proteste che hanno insanguinato Karachi con 23 morti, a causa dell’ormai noto film blasfemo e delle vignette satiriche del settimanale Charlie Hebdo. Nel frattempo, il regista del film, Nakoula Basseley, è stato arrestato per aver violato il divieto di usare impropriamente internet, impostogli dopo una condanna per frode bancaria nel 2011, mentre in Pakistan altre proteste da parte dei gruppi più radicali si sono ripetute il 29 settembre, sotto la guida di Mufti Muneeb-ur-Rehman, studioso di Islam e capo del Comitato Ruet-e-Hilal, accompagnato da  attivisti di  Jamaat Ahle Sunnat,  Sunna Tehreek, Jamiat Ulema-e-Pakistan, Anjuman Naujawanan-e-Islam e altre organizzazioni religiose e politiche.

Cosa ha permesso dunque, all’estremismo pakistano, di assumere un ruolo così rilevante nello scenario socio-politico del paese? Rashid compie un’analisi dura e schietta, attribuendo allo Stato la colpa di essersi piegato, in più occasioni, al volere degli estremisti. Il giornalista pakistano individua tre ‘eventi spartiacque’ che hanno segnato i rapporti tra le due parti, tra cui  quello generato dai recenti disordini con l’indebolimento dello Stato nell’assecondare un pugno di estremisti, e il rafforzamento di coloro che vogliono rovesciare il sistema.

Ma il più sanguinoso fra i tre indicati da Rashid risale al luglio 2007, quando le truppe governative fecero irruzione nella Lal Masjid, La Moschea Rossa, invasa da sei mesi dagli estremisti, e nell’attacco morirono 102 persone. Un’operazione che secondo Rashid, avrebbe potuto essere risolta già a gennaio, con una manciata di poliziotti, senza arrivare ai fatti di luglio che hanno invece rafforzato i Talebani pakistani: “Nel gennaio 2007sostiene il capo militare Presidente Pervez Musharraf e il suo arrendevole Primo Ministro Shaukat Aziz, hanno permesso che la Moschea Rossa di Islamabad venisse presa dagli estremisti, in un cinico sforzo per cercare di influenzare i timori degli Stati Uniti circa un subentro dei fondamentalisti, in modo da allentare la pressione che gli Usa facevano sull’esercito per togliere rifugi sicuri ai Talebani afghani. E’ stato un evento spartiacque perché migliaia di militanti sono fuggiti verso le colline portando ad una rapida espansione e al rafforzamento dell’anti-stato dei  Talebani pakistani”.

Rashid pone anche l’accento su come spesso il governo e le forze armate abbiano  deliberatamente alimentato la comparsa dell’estremismo, per fare pressione, influenzare o ricattare gli Stati Uniti o la NATO su decisioni riguardanti il Pakistan e l’Afghanistan. E proprio questo assecondare gli estremisti utilizzandoli come  strumento di politica estera nei contrasti tra Pakistan e Occidente, avrebbe rafforzato l’estremismo nella società civile, l’esercito, la burocrazia e la polizia. Lo scenario che ne consegue, secondo lo scrittore, è da incubo perché vede gli estremisti dettare legge e il governo obbedire.  

Un ulteriore spartiacque è legato invece alla legge sulla blasfemia. Rashid sottolinea che quando nel 2011 gli estremisti assassinarono due politici di primo piano, Salman Taseer, governatore della provincia del Punjab, e un ministro federale cristiano, il governo ritirò gli emendamenti alla legge sulla blasfemia che aveva sponsorizzato in parlamento, cedendo al punto di vista fondamentalista:Anche questo è stato una specie di spartiacque – sostiene – perché, da allora, il dibattito vero e proprio  è stato messo a tacere per paura”.

Il riferimento dello scrittore alla legge sulla blasfemia, offre uno spunto concreto per riflettere su una legge che in Pakistan può portare in carcere o, addirittura, alla condanna a morte, individui di fede diversa dall’Islam, anche con prove minime o quasi inesistenti. Introdotta nel 1986 dal generale Muhammad  Zia-ul-Haq, salito al potere dopo un colpo di stato nel’77, la cosiddetta ‘Kala qanun, legge nera’, (così definita da Salman Taseer), è stata spesso strumentalizzata per risolvere controversie religiose, tribali e etniche e a farne le spese sono quasi sempre le minoranze. Gli ultimi casi eclatanti, Rimsha Masih e Asia Bibi, entrambe cristiane. Lo stesso governatore del Punjab, Taseer, citato da Rashid, fu ucciso proprio per aver difeso Asia Bibi e criticato la legge in questione. Ed anche il ministro cristiano Shahbaz Bhatti, pagò con la vita il coraggio di aver denunciato una legge che troppo facilmente condanna a morte degli innocenti.

Il caso di Rimsha, adolescente pakistana con disabilità mentale, è scoppiato nell’agosto scorso, quando è finita in carcere perché accusata da un imam di aver bruciato delle pagine del Corano. L’imam è stato poi arrestato per aver alterato le prove aggiungendo delle pagine del Libro sacro a quelle bruciate dalla bambina, al fine di allontanare definitivamente la comunità cristiana. Ancora senza soluzione invece, il drammatico caso di Asia Bibi, contadina cristiana condannata all’impiccagione nel 2010, con l’accusa di aver offeso Maometto. In realtà la donna si era recata a prendere dell’acqua ma alcune donne musulmane  glielo avevano impedito perché era cristiana. Fu denunciata alle autorità con l’accusa di aver offeso Maometto durante la discussione. La donna è ancora in carcere. E’ in corso una campagna internazionale per chiedere al Presidente del Pakistan Asif Ali Zardari di graziarla.

E’ importante precisare però che la legge nera non penalizza solo cristiani o hindù, ma spesso i musulmani stessi. Non di rado infatti, interessi politici ed economici si nascondono dietro accuse infondate, soltanto per eliminare individui scomodi ai signori locali o avversari politici, anche musulmani,  utilizzando un comodo strumento che provvede al linciaggio di piazza laddove i tribunali non emettono sentenze di morte: l’estremismo.

Katia Cerratti

 

 Ahmed Rashid è nato il 9 Giugno 1948 a Rawalpindi, Pakistan. E’ giornalista e scrittore, profondo conoscitore delle dinamiche geopolitiche centroasiatiche, corrispondente per la Far Eastern Economic Review,  Washington Post, Wall Street Journal, Daily Telegraph e The Nation. Collabora con la CNN e la BBC ed è membro della Commissione per i diritti umani del Pakistan. Il suo “Talebani: Islam militante, petrolio e fondamentalismo in Asia centrale”, ha venduto 1,5 milioni di copie ed è stato tradotto in 22 lingue. Per  “Caos Asia” ha ricevuto il Premio Tiziano Terzani 2009. E’ appena uscito il suo ultimo lavoro “Pakistan on the Brink” (Pakistan sul baratro) sulla situazione  afghano-pakistanana dalla morte di Osama Bin Laden a oggi.

 

 

Katia Cerratti

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