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“Nel mare ci sono i coccodrilli. Storia vera di Enaiatollah Akbari” di Fabio Geda

“Mia madre la chiamerò: mamma. Mio fratello, fratello. Mia sorella, sorella. Il villaggio dove
abitavamo no, non lo chiamerò villaggio, ma Nava, che è il suo nome e che significa grondaia,
perché è adagiato sul fondo di una valle, stretta tra due file di monti. Per questo quando mamma ha
detto: Preparati che dobbiamo partire, una sera, di ritorno da un pomeriggio di giochi nei campi, e
io le ho chiesto: Per dove? E lei ha risposto: Andiamo via dall’Afghanistan, bè, pensavo che
avremmo oltrepassato le montagne, tutto lì, perché per me l’Afghanistan era tra quelle cime, era
quei torrenti, non sapevo quanto fosse vasto”.

Enaiatollah non lo sapeva quanto fosse vasto il suo paese e non sapeva nemmeno quanta strada
avrebbe percorso da quella sera prima di arrivare a sentirsi di nuovo al sicuro. È solo un bambino,
forse di dieci anni o giù di lì, costretto suo malgrado ad abbandonare il suo paese, la sua famiglia, la
sua vita per come l’ha conosciuta fino a quel momento, per sfuggire a morte certa.

Quella che Fabio Geda ci racconta in questo romanzo, dal titolo “Nel mare ci sono i coccodrilli
Storia vera di Enaiatollah Akbari” edito da Baldini & Castoldi in prima edizione nel 2010, e ora
giunto alla nona edizione, è l’odissea che il giovanissimo Enaiatollah vive, scappando dal suo
villaggio in Afghanistan per approdare dopo diversi anni in Italia. Un moderno Ulisse, che si ritrova
a vivere mille peripezie, a mettere ripetutamente in pericolo la propria vita pur di proseguire il suo
cammino e raggiungere finalmente una meta sicura.

Enaiatollah scappa perché nel suo villaggio gli stanno dando la caccia i sicari mandati dal signorotto
per il quale lavorava suo padre, morto in un incidente con il camion e nel quale ha perso tutto il
carico. Enaiat diventa allora il risarcimento per il ricco padrone. La sua vita in cambio di un carico
di merce varia. Ma la madre di Enaiat non ci sta, e a costo di non rivedere più suo figlio, parte con
lui e lo accompagna fino in Pakistan dove lo abbandonerà a se stesso: da quel momento in poi
Enaiat dovrà cavarsela da solo, procurarsi il cibo, un tetto sotto cui dormire, un lavoro che possa
assicurargli il denaro per continuare la sua fuga.
“Ero stufo di essere trattato male. Ero stufo dei fondamentalisti, dei poliziotti che ti fermavano, ti
chiedevano il passaporto e quando dicevi che non lo avevi ti prendevano i soldi, che poi si
tenevano. E dovevi darglieli subito, i soldi, se no ti portavano alla stazione di polizia e ti
gonfiavano di botte: pugni e calci. Ero stufo di rischiare la vita, come quella volta che mi sono
salvato per miracolo da un attentato wahhabita (…)”.

E così lascia il Pakistan per arrivare, faticosamente, in Iran, dove è più facile trovare lavoro. Ma la
polizia iraniana spesso fa retate per ripescare i profughi afghani e rispedirli indietro, oltre il confine.
Ritorno al punto di partenza. Dopo diversi rimpatri forzati, Enaiat riesce finalmente a raggiungere la
Turchia e poi la Grecia e infine l’Italia. Sarà qui che metterà radici, sarà qui che finalmente potrà
sentirsi al sicuro, accolto, integrato, con il riconoscimento dello status di rifugiato a salvaguardare la
sua esistenza.

Quello che ci consegna Geda con questo libro, raccontato in prima persona dal protagonista, è uno
spaccato significativo di cosa significa fuggire da paesi dove la violenza, le guerre, le torture sono
pane quotidiano. Impressiona la caparbietà, la determinazione di un ragazzino, quale è in effetti
Enaiat, il quale, una volta comprese le vere ragioni che hanno spinto sua madre ad abbandonarlo in
un capannone in Pakistan, capisce che l’unica via di salvezza che ha è quella di mettersi in fuga.
L’odissea di Enaiatollah Akbari è comune a centinaia di migliaia di uomini e donne. Purtroppo per
molti di loro il viaggio non si conclude positivamente: troppi sono coloro i quali finiscono per
soccombere alla durezza delle condizioni e alle violenze di trafficanti senza scrupoli.

“Mi sono girato senza rispondere e mi sono arrampicato lungo il sentiero che risale la collina. Ho
fatto un giro lungo, non ricordo bene dove e perché, ma credo anche di essermi perso, sempre che
sia possibile perdersi quando non si sa dove andare”.

Beatrice Tauro

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