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Negoziati in Yemen: una pratica futile?

Yemen

Di Abdullah Hamidaddin. Al-Arabiya (02/05/2016). Traduzione e sintesi di Chiara Cartia.

I negoziati di pace in Kuwait si stanno trascinando da quando sono iniziati il 21 aprile scorso. All’inizio la delegazione dei ribelli ha fatto aspettare la delegazione del governo per due giorni. Poi i negoziati si sono fermati a causa di disaccordi su come erano strutturati i negoziati. Ora non si può dire che sfoceranno in una pace duratura ma almeno sono in corso, anche se con l’andatura di una lumaca. Dopo un breve round di trattative, il governo yemenita ha sospeso i negoziati diretti a causa delle milizie Houthi e la conquista da parte di Ali Saleh, i cui soldati erano rimasti neutri durante un anno di guerra, di una base militare chiave. Nessuno tra quelli che hanno seguito la guerra durante l’ultimo anno si aspettava che i negoziati si sarebbero conclusi rapidamente e senza ostacoli e da quando sono iniziati più persone credono che falliranno. Questo per varie ragioni, tra cui la natura stessa della politica yemenita che è sempre imprevedibile.

Il governo chiede che i ribelli depongano le loro armi pesanti restituendole a Sana’a dove, in qualità di governo legittimo, inizierà un processo politico derivato dall’iniziativa del Consiglio di Cooperazione del Golfo. I ribelli, invece, chiedono di iniziare prima il processo politico e di deporre le armi in un secondo momento.

Le richieste del governo sono fondate sulla sua legittimità e sul fatto che possiede una milizia con armi pesanti, ragione del degrado di ordine in Yemen. Dall’altro lato, i ribelli hanno paura delle rappresaglie, non necessariamente da parte del governo, ma da anche da parte di altri attori chiave del paese.

Bisogna pensare che esiste una  mancanza di fiducia tra governo e ribelli, ma anche all’interno stesso di ogni fazione. Entrambi hanno una coalizione di forze con interessi e problematiche discordanti su tutti i risultati che potrebbero compromettere la loro posizione. Per di più alcuni attori politici sono lasciati fuori dai negoziati.

Ci sono però delle ragioni che lasciano credere che questi negoziati potrebbero avere successo. Il governo ha mostrato di essere seriamente coinvolto, il che è emerso anche dall’aver aspettato i delegati ribelli che sono arrivati due giorni dopo. Dall’altro lato, i ribelli hanno fatto delle concessioni, in particolare accettando la risoluzione 2216 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, anche se non si sono ancora mossi per metterla in opera. La cosa più importante è l’impegno assoluto che hanno dimostrato i paesi del Golfo per far svolgere questi negoziati, come è emerso da dichiarazioni ufficiali dei leader del Consiglio di Cooperazione del Golfo.

Tuttavia queste trattative – se avranno successo – non risolveranno i problemi politici del paese. Prima della guerra, lo Yemen era sull’orlo del fallimento e ora la situazione è peggio che mai. Sono ottimista riguardo i risultati  dei negoziati, ma temo che il paese scivoli nel caos subito dopo. Questi negoziati mi ricordano l’accordo del 1994 tra l’ex presidente Saleh e il vice presidente al-Beidh che non riuscì ad evitare la guerra civile che bolliva in pentola e ho paura che succeda la stessa cosa ora, dopo la conclusione delle trattative. Per quanto possano essere ottimiste le previsioni, dovremmo preoccuparci del futuro.

Abdullah Hamidaddin è uno scrittore e commentatore di religione, società mediorientale e politica e si occupa in particolare di Yemen e Arabia Saudita.

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Chiara Cartia

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