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Mokhtar Belmokhtar: l’ennesima morte di Mr Marlboro

Di Ikram Ghioua. L’Expression (16/06/2015). Traduzione e sintesi Carlotta Caldonazzo

L’ultima notizia della sua uccisione in un raid USA in Libia, diffusa dal governo libico di Tobruk (riconosciuto dalla comunità internazionale, a differenza di quello di Tripoli) ma non confermata dal Pentagono, è stata smentita dal gruppo libico di Ansar al-Sharia, affiliato al cartello di Al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI). Intanto, fonti vicine ai servizi di sicurezza algerini hanno riferito che la risposta definitiva verrà dalle analisi, ad Algeri, dei frammenti di DNA rinvenuti nel presunto luogo della sua morte, in Libia orientale. A prescindere dall’esito, la questione dei cartelli del jihad nel Sahel resta aperta. La formazione fondata e guidata da Belmokhtar, la katiba di Coloro che Firmano con il Sangue, è solo una delle tante milizie che oscillano con disinvoltura tra criminalità e salafismo, rivali ma al contempo disposte ad unirsi in alleanze più o meno durature.

Conosciuto come Belaouer (“il guercio”) o con il nome di battaglia Mokhtar Belmokhtar, Khaled Abou Abbas ha iniziato la sua militanza di mujaheddin nel 1991, in Afghanistan, dove ha combattuto con Hezb-e-Islami Gulbuddin. A quell’epoca risale la perdita in battaglia dell’occhio destro, che tuttavia non gli ha impedito di tornare in Algeria tra 1992 e 1993, all’inizio della guerra lanciata dai gruppi islamici radicali a seguito dell’annullamento delle elezioni legislative vinte dal Fronte Islamico di Salvezza (FIS). Periodo di conflitti armati e scontri tra clan politico-finanziari, aperto dal vuoto di potere lasciato dal presidente della Repubblica dimissionario Chadli Bendjedid. È stato proprio Belmokhtar a portare il “decennio nero” nel Sud dell’Algeria, a partire dalla sua città natale, Ghardaia, dove ha fondato la katiba Al-Shahada (brigata del martirio), affiliata al Gruppo Islamico Armato (GIA). Quest’ultimo tuttavia, attivo principalmente nei centri urbani, entrò presto in contrasto con il Movimento Islamico Armato (MIA), che puntava invece al controllo delle montagne e, insieme ad altre formazioni, costituì l’Esercito Islamico di Salvezza (AIS, legato al FIS). Come accade ora ai miliziani di Daesh (ISIS), anche Belmokhtar ha sempre praticato la poco pia attività del contrabbando, da cui il soprannome di Mr. Marlboro.

Entrato in contatto con Al-Qaeda tra 1994 e 1995, ne accettò la proposta di abbandonare la linea takfirita in favore di un salafismo più rigoroso. Così, alla fine degli anni ’90, dopo un incontro con un emissario dell’allora capo di Al-Qaeda Osama Bin Laden, fa confluire la sua brigata nel Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento (GSPC), fondato da Hassan Hattab. Con quest’ultimo tuttavia fu quasi subito rivalità aperta, al punto che Belmokhtar avrebbe ucciso numerosi suoi seguaci che intendevano rinunciare al contrabbando. Capace di muoversi con disinvoltura in tutto il Sahel, eludendo le guardie di frontiera, Belaouer ebbe inoltre l’abilità di ricostituire sempre nuove milizie, con una ferrea divisione dei compiti. Primo comandante di AQMI (nome dato dal 2007 al GSPC), ne ha esteso la sfera di influenza in tutta la regione, soprattutto in Mali e in Niger, grazie ai legami che aveva instaurato con i Touareg sposando le figlie dei capi tribali più potenti. A spianargli il terreno, peraltro, fu la caduta del colonnello libico Muammar Gheddafi nel 2011, cui seguì l’incontrollata circolazione delle armi che alcune potenze occidentali avevano inviato ai ribelli libici. Contesto destabilizzante, in cui si è verificato inoltre il colpo di stato in Mali.

Nel frattempo, in rotta di collisione con altri capi di AQMI, Belmokhtar si avvicina al Movimento per l’Unicità e il Jihad nell’Africa Occidentale (MUJAO), per poi fondare nel 2012 la brigata di Coloro che Firmano con il Sangue. Prima azione, e primo fallimento, di quest’ultima è stato il rapimento di circa ottocento lavoratori della raffineria di Tiguentourine, nei pressi di In Amenas, in Algeria. L’obiettivo era chiedere alla Francia di cessare le operazioni militari in Mali, ma l’intervento dell’esercito algerino ha fatto saltare il piano. Inseguito dall’esercito francese, Belmokhtar fugge in Mali, dove entra in contatto con reti criminali e gruppi islamici radicali, continuando a dichiararsi fedele ad al-Qaeda e alla sua guida Ayman Al-Zawahiri e rifiutando l’alleanza con Daesh. Difficilmente dunque la sua morte, ammesso che questa volta verrà confermata davvero, influirà sull’equilibrio di forze del ginepraio dei cartelli del crimine e del jihad del Sahel.

Ikram Ghioua è un giornalista del quotidiano algerino L’Expression.

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Carlotta Caldonazzo

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