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Marocco: prevenire il takfirismo

Di Hassan Benmehdi. Magharebia (08/07/2014). Traduzione e sintesi Carlotta Caldonazzo.

Il decreto emanato il 1° luglio dal re del Marocco Mohammed VI fa parte di una strategia di prevenzione del fondamentalismo religioso avviata almeno tre anni fa. Prima che le rivolte che hanno interessato diversi paesi arabi lasciassero scorgere la propria debolezza: il rischio di deriva verso l’islam politico intransigente.

Con l’ultimo decreto Mohammed VI vieta a predicatori e imam di partecipare a qualsiasi forma di attività politica o sindacale. Secondo Khalid Adlaoui, dell’Unione Socialista delle forze popolari (USFP) l’obiettivo è proteggere l’islam dallo sfruttamento propagandistico da parte di partiti e movimenti di ispirazione religiosa. Infatti, spiega il direttore del Centro Marocchino dei Valori e della Modernità Abdenbi Audoudi, si tratta di una misura volta a “preservare l’unità dottrinale della Oumma, armonizzare il discorso religioso e preparare imam e predicatori affinché possano far fronte alle idee integraliste e proteggere il carattere tollerante dell’islam”.

Due le conseguenze immediate del provvedimento. Anzitutto le moschee vengono considerate come centri nevralgici della società, in quanto luoghi di aggregazione oltre che come di culto. In tal modo ne viene evidenziato il valore civile, non soltanto religioso, evitando il riprodursi di situazioni simili a quella della Tunisia, dove partiti e movimenti islamici hanno scelto per la loro propaganda i settori socialmente più emarginati e trascurati dalla politica. La seconda conseguenza del decreto è la ridefinizione dell’importanza dell’islam malichita per la società: restringendone il campo d’azione alla sfera spirituale e della quotidianità, se ne mantiene l’autenticità. A preparare la mossa il ministro degli Affari islamici Ahmed Toufiq, che di recente ha messo in guardia sul fenomeno dei giovani jihadisti marocchini partiti per la Siria attribuendo alla questione dell’integralismo islamico una rilevanza regionale, dati i recenti sviluppi in Siria e Iraq.

La questione del takfirismo e dell’integralismo è stata dunque affrontata prima che causasse difficoltà di gestione. Negli ultimi decenni infatti diversi imam sono stati accusati di aver indottrinato giovani jihadisti. Basti citare Mohammed Fazi, takfirita e salafita in prigione per gli attentati di Casablanca nel 2003. Ora, secondo vari analisti, il ministero degli Affari Islamici dispone dei mezzi necessari per controllare quasi la totalità delle moschee del Paese, grazie soprattutto al “Piano di sostegno all’inquadramento religioso” lanciato lo scorso mese. Il piano prevede l’invio di circa 1300 imam formatori nei luoghi di culto, che dovranno orientare i discorsi dei predicatori verso la conciliazione e il rispetto e sviluppare i servizi offerti dalle moschee, con particolare attenzione ai programmi di alfabetizzazione.

Per Mohammed VI impedire strumentalizzazioni politiche dell’islam significa dunque evitare che un qualsiasi imam o predicatore possa emettere una fatwa contraria allo spirito religioso nazionale, ovvero una sorta di nazionalizzazione dell’islam. Su questa linea all’inizio del 2011 era stato avviato il programma di formazione degli imam, all’insegna della responsabilizzazione sociale della figura del predicatore. Il processo di ridefinizione del ruolo degli imam in Marocco è iniziato dunque ben prima che la deriva religiosa delle proteste nel mondo arabo ne sottolineassero drammaticamente la necessità.

Procedendo a ritroso nel tempo, nel 2008 è stato istituito il Consiglio degli Oulema per la Comunità (musulmana NdT) in Europa, che ha tra i suoi scopi primari incoraggiare al dialogo e alla convivenza tra le religioni, un modo di difendere la sicurezza spirituale dal pericolo del fondamentalismo.

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Carlotta Caldonazzo

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