Turchia UE Zoom

L’UE chiude un occhio sulla Turchia e la questione curda

Di Xoncha Nouri. Your Middle East (02/08/2015). Traduzione e sintesi Carlotta Caldonazzo.

Il ministro degli Esteri svedese Margot Wallström ha recentemente definito la Turchia “un alleato importante dell’Unione Europea (UE) nella lotta al terrorismo e all’estremismo”, auspicando “azioni più esplicite” da parte di Ankara contro i cartelli del jihad di Daesh (ISIS).

Nessun dubbio dunque è stato sollevato da Bruxelles riguardo le ultime operazioni militari contro (presunti) combattenti del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK). Nessuna obiezione neppure sulla decisione unilaterale del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan di interrompere i colloqui per il processo di pace, condotti da sempre, vale la pena di osservare, non tramite rappresentanti politici del governo, ma attraverso i servizi di sicurezza (MİT). Eppure lo stesso ministro svedese aveva rivolto aspre critiche alla monarchia saudita per le mille frustate e dieci anni di carcere inflitti al blogger Raif Badawi, una pena definita “medievale”, e per la condizione delle donne. Parole che avrebbero potuto lasciar sperare in un atteggiamento più coerente in materia di diritti umani. Ambigua anche la posizione degli Stati Uniti, che ultimamente hanno siglato con la Turchia un accordo per l’uso delle basi militari del sud per i raid contro le postazioni di Daesh in Siria, ma non hanno neppure chiesto alcuna garanzia per i curdi.

Risultato, parallelamente alle operazioni militari e di polizia contro i cartelli del jihad, la Turchia ha riaperto le ostilità contro il PKK, arrivando persino a coinvolgere il Partito Democratico dei Popoli (HDP, filocurdo) di Selahattin Demirtaş, che alle ultime elezioni parlamentari aveva guadagnato abbastanza seggi da poter far sentire la propria voce, sui diritti dei curdi come su quelli delle minoranze etniche e religiose e sulla parità di genere.

Intanto, la comunità internazionale finora ha preferito mantenere il silenzio sul grave bilancio delle ultime operazioni turche contro le basi del PKK nel nord dell’Iraq (una vera e propria guerra, che va avanti dal 1992). Tra gli oltre duemila morti ci sono decine, se non centinaia di civili, come quelli uccisi nel villaggio di Zargala, dove la maggior parte delle case ora è distrutta. Una sorta di tacito assenso, accordato anche ai raid turchi in Siria contro le Unità di Difesa Popolare (YPG), ala armata del Partito di Unione Democratica (PYD), ritenuto affiliato del PKK. Le stesse forze curde risultate fondamentali nel frenare l’avanzata dei cartelli del jihad.

In altri termini, USA e UE (al pari delle Nazioni Unite) non solo non intervengono in favore dei diritti umani e per una soluzione politica del conflitto tra Ankara e il PKK, ma consentono alla Turchia di attaccare militarmente l’unica forza finora in grado di fronteggiare Daesh. Ankara infatti teme, sul fronte interno, l’ascesa politica dell’HDP (su temi come la laicità dello Stato e la giustizia sociale), che insidia le mire accentratrici del Partito Giustizia e Sviluppo (AKP) di Erdoğan; al contempo, il governo turco intravvede nei successi militari delle formazioni curde soprattutto in Siria, il potenziale stimolo ad avanzare rivendicazioni territoriali. Due minacce probabilmente più cogenti persino dei cartelli del jihad, aspetto che ha sempre reso estremamente delicata la posizione della Turchia nell’assetto geopolitico regionale. Al punto che, paradossalmente, l’ultima ondata di operazioni militari contro Daesh, simultaneamente ai raid contro i combattenti del PKK in Iraq, ha preso le mosse dall’attacco terroristico nella città di Suruç, al confine con la Siria. Un attentato costato la vita a 32 civili che avevano preso parte al raduno della Federazione delle Associazioni della Gioventù Socialista, organizzato per sostenere la ricostruzione della città siriana di Kobane.

Xoncha Nouri è un’analista politica, che di recente ha collaborato con il Governo Regionale del Kurdistan iracheno ad Erbil.

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Carlotta Caldonazzo

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