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La Libia verso la disintegrazione

Di Mohammed Larbi. El Watan (17/08/2014). Traduzione Carlotta Caldonazzo.

Non si chiede l’intervento straniero senza un motivo: sarebbe stato un atto di tradimento. Eppure alcuni libici l’hanno appena fatto, chiedendo nientemeno che un intervento armato, anche se (la precisione non è mai troppa) per proteggere la popolazione civile. Un intervento contro altri libici, organizzati in milizie, quindi si tratta di combattere. Ecco uno schema che, in questo caso, non ha proprio niente di classico, poiché quelli che hanno preso una simile iniziativa ritengono il proprio paese a rischio di esplosione e la popolazione civile sotto minaccia estrema.

Una questione di sopravvivenza dunque. Gli appelli al buon senso non sono bastati, anzi sono stati interpretati come segni di debolezza: lo Stato o ciò che si considera tale non ha neanche la forza necessaria per esercitare il proprio ruolo e la sua posizione dominante l’ha persa dalla caduta del vecchio regime. A questo punto è arrivata la Libia, un Paese che probabilmente non ha più neanche un esercito, ma decine di milizie con comandanti diversi. Sono queste che fanno il bello e il cattivo tempo.

Le milizie sono lo stato, o almeno così si considerano. Secondo le potenze occidentali che hanno dato il via al cambiamento, sarebbe bastato cacciare un dittatore perché tutto avvenisse automaticamente. In effetti è avvenuto di tutto ma nel caso della Libia questo tutto è il vuoto che le milizie si sono messe in testa di colmare. È bastato attingere agli arsenali abbandonati dal vecchio regime. O ancora è bastato che l’unico cambiamento cui si aspirasse fosse annientare la Libia.

Infatti, la Libia come le sue istituzioni (che si definiscono provvisorie ma non sono solide, né riescono a guadagnare consensi) sono arrivate a chiedere l’intervento straniero. È la famosa “vigilia” di cui parla il presidente Usa di fronte alle crisi, nella fattispecie quella che la Libia vive dal 2011 e soprattutto dalla morte del vecchio leader Muammar Gheddafi. E pensare che quelli che avevano soffiato sul fuoco della rivolta non avevano progetti per il dopo-Gheddafi e, va detto, la caduta di quest’ultimo era un fine in sé. Un altro vaso di Pandora, di cui ci si chiede chi sarà in grado di richiuderlo.

Il parlamento libico, che non riesce a riunirsi a Tripoli, ha fatto dunque non la sua scelta definitiva, ma quello che nessuno stato avrebbe avuto l’intenzione di fare. Per il semplice motivo che non ci sono mezzi, malgrado l’esistenza di un esercito e di una polizia, che in realtà sono ben lungi dall’avere la forza di opporsi alle decine di milizie sul campo. Al punto che il capo stesso della polizia di Tripoli è stato ucciso. Si può dunque parlare di stato quando gruppi armati si sono impadroniti dei suoi simboli, dei suoi beni (i pozzi di petrolio) e dei suoi arsenali, imponendo la propria legge? Sicuramente no. Di contro queste milizie sono nemiche le une delle altre e prendono in ostaggio il paese distruggendone i fragili equilibri e ricordando a che punto la preoccupazione del vecchio regime non era l’inossidabilità dello stato (il che lo avrebbe indotto a consolidare le proprie basi), ma la sua stessa sopravvivenza.

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Carlotta Caldonazzo

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