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La macchina del fango mediatica messa in moto dal regime siriano

false-news-logoDi Lamis Farhat. Elaph (09/10/2013). Il regime siriano sta lavorando sodo per insabbiare le notizie, inventarle o distorcerle. Un modo come un altro per distogliere l’attenzione dell’opinione mondiale dai suoi crimini e per mettere in cattiva luce l’opposizione. E’ da tempo, infatti, che è stata messa in moto una macchina del fango mediatica  che mira ad affossare la reputazione dei ribelli. Secondo molti osservatori la guerra di propaganda mediatica si appoggia su mezzi di comunicazione superficiali. Tra questi si contano anche canali e giornali stranieri, che veicolano notizie false sull’adesione dei dissidenti al “jihad del sesso” o sulla loro tendenza a sgozzare i cristiani. Il metodo usato dal governo per far notizia si basa sulla famosa regola mediatica e propagandistica secondo la quale “il sesso vende”, alla quale si somma l’uso di al-Qaeda come capro espiatorio delle peggiori atrocità. La combinazione di questi due elementi- sesso e jihad- è irresistibile. La storia delle ragazze che avrebbero concesso il loro corpo ai ribelli è stata l’apoteosi del decadimento giornalistico propinato dai media pro-regime.

Nessun dittatore arabo si era mai appoggiato sulla propaganda quanto Bashar al-Assad. La propaganda portata avanti da Saddam Hussein o da Mu’ammar Gheddafi non era nulla a confronto delle distorsioni riportate dalla stampa pilotata dal Presidente siriano. Il quotidiano tedesco Der Spiegel ha sottolineato che la leva sulla quale fanno forza i media ufficiali è il raccontare storie parzialmente, quando non totalmente, false sugli atti terroristici di cui sono vittime i cristiani o sull’eventualità che al-Qaeda salga al potere o sull’imminente destabilizzazione dell’intera regione. Queste notizie vengono riportate da speakers iraniani, russi e dalle reti cristiane per poi arrivare, alla fine della catena di risonanza, ai media occidentali.

Alla fine di settembre un canale siriano ha trasmesso la testimonianza di una ragazza che diceva di aver dovuto offrire il proprio corpo a dei militanti del fronte al-Nusra. La versione della famiglia è diversa: la ragazza sarebbe stata arrestata dalle forze lealiste mentre manifestava contro il regime nell’università di Damasco. Le storie sul jihad del sesso sarebbero una bufala e la figlia sarebbe stata costretta a testimoniare il falso.

E’ difficile rendere conto di tutte le nefandezze che stanno avvenendo in Siria, in particolare se il regime tende a diffondere notizie inventate o distorte, soprattutto sui cristiani perseguitati. I media hanno fatto tutto un tam tam sull’efferata decapitazione di un uomo di Chiesa in Siria quando si è poi scoperto che le immagini e le informazioni riguardavano dei jihadisti che avevano ucciso tre uomini, non cristiani, in Daghestan.

I metodi propagandistici del regime si declinano nelle forme più varie, come l’abbinamento di immagini vere a storie inventate di sana pianta. Un esempio lampante di questo fenomeno è stato il video pubblicato sul sito LiveLeak che ritraeva una donna legata a una colonna di pietra ad Aleppo. Il commento spiegava che la donna era una cristiana e che era stata rapita da militanti di al-Qaeda. Ovviamente il post ha infuocato la Rete. L’unica discrepanza è che il periodo in cui è stato registrato il video risale a quando ad Aleppo c’erano le forze lealiste. Un’ altra sequenza di immagini poi faceva vedere che la donna era circondata da soldati di al-Assad che la accusavano di appartenere all’opposizione.

L’inevitabile conseguenza dell’interpretazione parziale dei fatti è che le notizie vengono manipolate senza che si possa verificare la veridicità delle stesse. Il Der Spiegel nota che spesso le informazioni divulgate dal regime di al-Assad non presentano contraddizioni lampanti e il rischio è che lo spettatore venga gabbato senza neanche riflettere  su quanto siano plausibili o  meno.

Quando i media ufficiali il 21 marzo scorso hanno diffuso la notizia dell’uccisione dell’Imam Muhammad al-Bati, fedele ad al-Assad, per mano dei ribelli, questi hanno negato di essere implicati nell’attacco suicida in Moschea durante il quale l’Imam avrebbe perso la vita ma ciò non ha impedito alla propaganda del regime di far ricadere la colpa sui “terroristi”. Tuttavia verificare la veridicità della notizia in questo caso era semplice: anche a occhio nudo si poteva notare che i tappeti e i lampadari nell’interno della Moschea erano intatti, che i muri erano intaccati da proiettili e che molte vittime portavano le scarpe, cosa assai improbabile in Moschea. Questi indizi avevano insomma tutta l’aria di suggerire che le vittime fossero state costrette ad entrare nel luogo sacro e poi uccise nell’intento di mettere in piedi un teatrino che facesse credere a un attacco suicida.

La macchina del fango attivata da al-Assad ha subito tuttavia un duro colpo recentemente, quando il regime ha provato ad accusare i ribelli di aver utilizzato il gas Sarin senza riuscire a convincere l’opinione pubblica. Il tentativo di nascondere la verità facendo vedere in TV il presunto nascondiglio dove i ribelli avrebbero depositato le armi fregiate da una scritta rigorosamente ben in vista: “Arabia Saudita”, non ha funzionato. Stavolta al-Assad si era applicato personalmente nel mistificare la realtà, sostenendo che il gas Sarin può esser prodotto in qualsiasi posto. Il rapporto delle Nazioni Unite ha invece provato che il gas velenoso che ha mietuto più di 1000 vittime poteva provenire solo da una base militare del regime.

Chiara Cartia

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