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La Damasco di Khaled Khalifa: la vita deve continuare

Di Lina Sinjab. BBC News Magazine (26/01/2014). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo.

Il Caffé Firdoss nel 2008
Il Caffé Firdoss nel 2008

Al Caffè Firdoss, nel centro di Damasco, c’è un tavolo che ogni giorno ospita gli stessi clienti. Iniziano con il caffè la mattina e finiscono la sera bevendo arak e fumando Al-Hamra, sigarette a buon mercato prodotte a Lattakia. I quattro uomini al tavolo sono quasi gli unici clienti rimasti, una volta molto più indaffarati: notti in musica, letture di poesie, esibizioni, gossip e dibattiti culturali, infatti, avevano tutti luogo qui, accompagnati da vino e cibo.

Giorno dopo giorno, la folla è andata diminuendo e, uno a uno, i clienti sono spariti. Alcuni sono stati arrestati, altri uccisi. Molti hanno detto addio a questo posto e ai suoi ricordi. Poco a poco, la musica si è smorzata. Ma il tavolo di fronte all’entrata del Caffè Firdoss ospita ancora i suoi clienti fissi: un regista di teatro, un poeta, un musicista e uno scrittore, Khaled Khalifa.

Ogni anno, Khalifa festeggia il suo compleanno con gli amici, passando da un party all’altro fino all’alba, quando si ritrova a bere caffè sul monte Qassioun a guardare il sole alzarsi sulla città. Quest’anno, però, erano solo tre gli amici con cui festeggiare. Hanno camminato per le strade vuote di Damasco, mangiato shawarma e sono tornati a casa prima che l’orologio battesse la mezzanotte.

Khalifa vive a Barzeh, un quartiere sulle pendici del Qassioun. Dietro casa sua, il governo ha posizionato artiglieria e lanciarazzi che vengono usati per bombardare la parte bassa di Barzeh. Khalifa guarda la guerra dalla finestra: una notte, ha visto un vicino maledire il presidente Bashar al-Assad dal suo balcone: “Basta bombardamenti”, gridava l’uomo.

Khalifa ricorda il giorno in cui iniziarono le rivolte in Egitto. Era seduto con degli amici in un altro bar del centro di Damasco, l’Havana, dove erano soliti riunirsi gli intellettuali della città. “Quella notte ho scommesso che sarebbe scoppiata la rivoluzione ad Aleppo, la mia città natale, e che nel giro di due settimane noi siriani saremmo stati liberi”, ricorda. “Ho perso la scommessa e continuo a perderla, ma non perderemo la speranza: un giorno vinceremo”.

Khalifa ha partecipato a molte proteste e ha pubblicamente scritto della sua opposizione al regime Assad. Tuttavia, quando gli americani sembravano pronti a lanciare un attacco contro la Siria, si è opposto con rabbia: “I dittatori portano gli invasori, ma gli invasori non porteranno mai la libertà”.

Khalifa crede ancora nella causa della rivoluzione, anche se si è trasformata in una guerra che ha ucciso più di 10.000 civili. “Non abbiamo altra scelta che continuare la resistenza con tutti i mezzi possibili”, sostiene. “Dobbiamo ottenere il diritto di vivere in dignità e libertà”.

Come migliaia di altri siriani, le forze di sicurezza lo hanno bandito dal Paese. Ma Khalifa non vuole vivere fuori dalla Siria, persino ora che la guerra sta trasformando la sua patria in un luogo triste e spettrale. “Di notte, cammino per le strade: è buio e non c’è nessuno. Mi manca la vita che è stata. La maggior parte dei miei amici se ne sono andati e il mio telefono non squilla così spesso di recente”, dichiara tristemente.

La corrente salta regolarmente, il gas per cucinare e per il riscaldamento scarseggiano. I prezzi sono triplicati e ci sono file di macchine ovunque. Le strade sono bloccate e ci sono posti di controllo in ogni vicinato per controllare chi passa. Per fare un tragitto di dieci minuti, oggi ci vogliono due ore. Ma Khalifa sente che le difficoltà avvicinano le persone: “Non c’è più chi si oppone o chi è leale: ci sono solo siriani che soffrono e vogliono riavere le loro vite”.

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Roberta Papaleo

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