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Iraq: a 14 anni dalla liberazione, dove va il Paese?

iraq bandiera
A pochi giorni dal quattordicesimo anniversario della caduta di Saddam Hussein, è il momento per l’Iraq di tirare le somme

Di Nawzad Mohandis, Elaph (15-4-2017). Traduzione e sintesi a cura di Raffaele Massara.

Sono trascorsi 14 anni da quel 9 aprile del 2003 quando finirono 35 anni di regime baathista (partito  politico un tempo in voga nel Medio Oriente), il cui protagonista principale fu Saddam Hussein. Tutto il Paese festeggiò la sua fine, da molti ritenuto un dittatore sanguinario, terrorista, guerrafondaio, irrispettoso dei diritti umani: lui e i suoi collaboratori imprigionarono, uccisero e torturarono migliaia di iracheni, al di là della loro etnia (arabi, curdi, turkmeni) o della loro religione (sunniti, sciiti, cristiani).

Il popolo iracheno allora sognava un Paese nuovo, una democrazia garante dei diritti e delle libertà, in cui tutte le componenti della società prendessero parte. Ma questi sono rimasti sogni semplici ed ingenui: l’Iraq odierno è dissanguato da scontri tra le varie parti e costantemente derubato delle sue risorse e ricchezze naturali da parte delle potenze straniere.

I vicini Iran e Turchia, ad esempio, tentano di accaparrarsi ognuna un pezzo di Paese, riflettendo appunto sull’Iraq le loro rivalità storiche, economiche, militari ed espansionistiche nell’area.

Le fazioni interne, invece, puntano solo ad ottenere una nicchia in cui isolarsi e vivere come dentro ad una bolla mentre fuori il Paese è nel caos: i sunniti sono allo sbando, gli sciiti sono in competizione costante per un seggio in più in parlamento, cristiani e turkmeni sono minoranze piccole ed emarginate.

Un caso a parte è invece rappresentato dai curdi: controllano un’area quasi indipendente, ma povera e un giorno in conflitto con Baghdad, ora con Teheran o con Ankara, attualmente impegnata a combattere su più fronti il sedicente “Stato islamico” (ISIS).

La disoccupazione alle stelle, le fabbriche chiuse, le esportazioni e la produzione scarse, la violenza quotidiana, la povertà e le divisioni hanno portato il Paese indietro, non di 14 anni ai tempi di Saddam, ma di almeno un secolo!

L’occupazione (da parte degli USA ed alleati) travestita da libertà, il settarismo, le ingerenze straniere, la comparsa del terrorismo, la mancanza di una guida politica leale che possa ispirare gli iracheni di tutte le sfaccettature della società a collaborare per un domani migliore: tutti questi fattori rendono l’Iraq un Paese debole, esausto e lacerato, con poche speranze per un radioso futuro, perlomeno non il futuro che sognavano gli iracheni all’indomani della caduta del dittatore.

Nawzad Mohandis è un giornalista e scrittore curdo-iracheno.

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