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Ieri Cassius Clay, per sempre Muhammad Ali

Di Ángel González. El Mundo (26/02/2014). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo.

Miami Beach Convention Center, 25 febbraio 1964. Lì cominciò la legenda dell’indomabile campione, che quella sera andò a dormire come Cassius Clay e si risvegliò, il mattino dopo, con un altro nome.

Quella notte, dopo la vittoria su Sonny Liston, non andò alla festa organizzata in suo onore per confermare quanto ormai non era più un segreto, cioè che il pugile aver aderito alla Nation of Islam e che da allora in poi si sarebbe chiamato Cassius X: “Cambio nome perché Clay è un cognome da schiavo che non ho scelto io”. Se la conferma fosse giunta in precedenza, non avrebbe potuto gareggiare per il titolo mondiale e, forse, il mondo non avrebbe mai conosciuto quel nome che ha trasceso la storia come mai in nessun altro sport. Già campione, si azzardò a rendere pubblici i suoi legami con Malcom X, suo “fratello”, col quale condivideva gli ideali, e con “il capo” Elijah Muhammad, che lo battezzò come Muhammad Ali quattro giorni dopo aver ricevuto il titolo.

Da qui in poi, controcultura: dice quello che pensa in qualità di flagello dell’America Bianca. Per l’establishment, diventa un elemento sovversivo per la sua conversione all’islam, per essersi rifiutato di combattere in Vietnam e per la sua accesa difesa dei diritti dei neri. Sopravvisse alla condanna cinque anni e 10.000 dollari di multa che, in pratica, si tradusse in non meno di 20 milioni di perdite. Gli ritirarono il titolo, ma non fece mai un passo indietro e lotto per la sua dignità come nessuno mai, fino al ritorno sul ring tra anni e mezzo dopo. La riconquista del titolo lo rese immortale.

Quella sera a Miami, iniziò anche la legenda di un’artista della provocazione e della guerra psicologica, con il più grande ego mai visto. A soli 22 anni, il chiacchierone di Louisville sfidò l’ex pregiudicato Sonny Liston, un totem al servizio della mafia, lo stesso che ebbe bisogno di un solo round per strappare il titolo al nero buono della boxe, Floyd Patterson, che tornò a umiliare in una rivincita in un batter d’occhio.

Ma il chiacchierone aveva la sua grande strategia. Andò a ricevere il suo rivale all’aeroporto di Miami insultandolo, lo inseguì in macchina, si piazzò con il suo autobus nel giardino della residenza di Liston con tutta la sua squadra, finse un attacco epilettico il giorno del peso. Il gigante di Galvestone, con un jab sinistro capace di stendere un cavallo, rispose alle mille e una provocazioni dichiarando: “Lo ucciderò sul ring. Meglio che non si presenti”.

Le scommesse erano 8 a 1 contro Ali e dei 42 giornalisti VIP in prima fila, solo tre lo appoggiavano. Quella notte, fu campione del mondo come Cassius Clay – come Ali, lo fu altre due volte. Anni dopo, in seguito alla morte sospetta di Sonny Liston nella sua casa di Las Vegas, Ali confesso a Thomas Hauser: “Cosa ti sarebbe piaciuto rispondere a Sonny?” e Ali disse: “Che mi faceva paura!”.

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Roberta Papaleo

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