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I cittadini sono le vittime delle politiche libanesi

Di Sami Atallah. The Daily Star Lebanon (11/11/2014). Traduzione e sintesi di Chiara Cartia.

Il parlamento libanese che per circa sei mesi non è riuscito a eleggere un presidente, riuscendo però a prolungare il proprio mandato per la seconda volta in 15 mesi, ha mostrato nuovamente la sua indifferenza rispetto alle scadenze costituzionali. Le giustificazioni date per non avere organizzato le elezioni (logistica, sicurezza) sono assurde. È più credibile che i partiti politici dominanti siano o troppo indaffarati per portare avanti una campagna elettorale o troppo preoccupati di quali sarebbero i risultati. Ma le elezioni sono proprio questo: determinare il vincitore dopo che si è votato, non prima.

Purtroppo le elezioni parlamentari in Libano sono state pensate in modo tale che il risultato nella maggior parte dei distretti siano noti prima del tempo grazie ad espedienti diversi: personalizzare la legge elettorale ogni quattro anni per assicurarsi che chi l’ha creata sia rieletto, trarre vantaggio dal clientelismo e dall’acquisto di voti e ricorrere a discorsi settari che mobilitino collegi elettorali basati sulla paura delle altre sette, in particolare nei distretti omogenei. È usando questi mezzi che i politici sono riusciti a farsi rieleggere ogni quattro anni.

Con un sistema del genere i politici non sono incentivati a mettere in atto politiche nazionali che siano al servizio di un pubblico più ampio. In effetti sono riusciti a trovare il sistema per avere il massimo per loro stessi e il meno possibile per i loro collegi elettorali. Sulle 200 leggi che il parlamento ha approvato dal 2010, molte riguardano accordi internazionali e problemi amministrativi, ma le questioni sociali che vedono protagonisti i cittadini non vengono prese in conto.

I comitati hanno seppellito questioni importanti quali l’accesso all’informazione o la regolazione dei salari. Il parlamento non soltanto non ha legiferato abbastanza né messo in atto politiche nell’interesse del popolo ma sembra non interessarsi a come il denaro pubblico sia speso.

Purtroppo il dissesto politico sconfina anche nell’autorità esecutiva che impedisce al governo di muoversi. Tramite le istituzioni legislativa ed esecutiva l’élite politica è riuscita a controllare il Paese e i beneficiari di questo sistema hanno concentrato la ricchezza nelle mani di pochi.

Organizzare delle elezioni parlamentati servirebbe quindi principalmente a dare una sembianza di normalità a una situazione totalmente anomala. C’è bisogno di un parlamento che metta in primo piano le politiche nazionali e una giustizia che protegga i diritti degli individui, nuovi partiti politici democratici che servano  gli interessi dei lavoratori.

È tramite una vera competizione e il dibattito su problemi pubblici che possono essere formulate politiche al servizio dei cittadini.

Sami Atallah è il direttore esecutivo del Lebanese Center for Policy Studies.

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Roberta Papaleo

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