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Giovani yemeniti, tra disillusione e aspettative

Di Ali Salem. Al-Hayat (27/01/2014). Traduzione e sintesi di Laila Zuhra.

Mentre la Conferenza di Dialogo nazionale, inauguratasi in un clima offuscato da lotte e spargimenti di sangue, si è conclusa positivamente con la creazione di uno Stato democratico, la realtà yemenita continua a essere sfibrata da conflitti e violenze.

“La struttura crollerà una seconda volta”, dice Iyad esprimendo la sua mancanza di fiducia per la situazione in Yemen. Le lotte intestine e gli omicidi, come regolamento di conti tra le forze che guidano il Paese, sono costanti e il presidente Abd Rabbo Mansour Hadi, in una dichiarazione rilasciata la scorsa settimana, ha affermato che non può mettere in pratica i risultati del Dialogo se non viene affiancato da quelle che lui stesso ha definito “forze buone”.

È questa l’odierna situazione dello Yemen, i cui leader hanno per lungo tempo espresso il timore che il Paese potesse precipitare nel caos senza, però, fare alcunché per renderlo più stabile. A tre anni dallo scoppio della rivoluzione e due dall’elezione del governo di unità nazionale, non si sono visti cambiamenti tangibili, e molti, i giovani in particolare, si dicono poco ottimisti sulla possibilità di una svolta, anche alla luce della trasformazione dello Yemen in uno Stato federale.

“Di che regione sei?”, chiede sarcastico Tawfiq, riferendosi non alle regioni in cui verrà diviso il Paese, ma alla “mentalità tribale che ha intaccato anche l’élite intellettuale”. Tawfiq ritiene che l’ambiente sociale tradizionale, fatto di povertà e analfabetismo, e in cui regna la cultura della violenza, non può rappresentare un sostegno al passaggio verso la democrazia.

Radya, studentessa, condanna la mancanza di considerazione per il futuro delle nuove generazioni che chiedono il cambiamento, e ironizza sulle “forze che dialogano e si fanno la guerra allo stesso tempo, che sono alla guida del Paese e si schierano in prima fila nelle manifestazioni contro il governo”, definendo questa situazione come una “farsa”.

Benché ci fosse una percentuale di giovani alla Conferenza di Dialogo, la rappresentanza giovanile è ancora troppo debole rispetto all’entità dei problemi. Con il dilagare della disoccupazione e della povertà e l’assenza delle istituzioni dello Stato, il violento conflitto politico tra forze in opposizione è diventato fonte di sostentamento per molti giovani disoccupati.

“Oltre al reclutamento di giovani per le azioni di guerriglia, ci sono schieramenti che agiscono tramite i media e la propaganda per incitare alle dimostrazioni”, afferma Tawfiq, che considera tale tendenza un retaggio negativo dell’antico Yemen in cui diversi gruppi si combattevano, e afferma che il nuovo stato federale non dovrebbe educare i giovani alla lotta e all’odio, ma all’integrazione reciproca tra le regioni.

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Roberta Papaleo

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