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Egitto: riesame della sentenza contro i tre giornalisti di Al-Jazeera

Di Robert Fisk. The Indipendent (03/01/2015). Traduzione e sintesi di Omar Bonetti.

“Sì, però”: questa è l’unica reazione possibile di fronte alle notizie che arrivano dal Cairo. Sì, è una buona notizia sapere che sarà riesaminata la sentenza d’incarcerazione per tre giornalisti di Al-Jazeera, che al momento sono detenuti da più di un anno a Tora, la prigione della capitale egiziana. Sì, la Corte di Appello egiziana è stata fallace durante l’udienza iniziale e il presidente El Sisi avrebbe potuto ordinare l’espulsione di due dei tre giornalisti, ma non l’ha fatto. Il più importante di questi “sì”, però, è lo spiraglio di speranza, che come un mantra che da ieri è recitato ieri negli studi di Al-Jazeera in Qatar.

Sì, però il danno è stato fatto. Un autocrate militare arabo ha condannato al carcere tre giornalisti innocenti per più di tre anni e nessuno è riuscito a fermarlo: né la rabbia della stampa internazionale né il debole tentativo di Obama di fermare la farsa di El Sisi. Questo, però, significa anche che il presidente egiziano, e altri leader mediorientali, possano continuare questo genere di politiche.

In breve, noi giornalisti, contiamo molto meno rispetto a un anno fa. È vero, i tre giornalisti Al-Jazeera sono vittime di una disputa tra il Qatar e l’Egitto sulla Fratellanza, come, ha pubblicamente affermato Mohamed Fahmy, uno dei tre incarcerati e sono stati trasformati in “ostaggi al contrario”. Al Qatar, infatti, non è stato richiesto di pagare per il loro rilascio. Inoltre, è probabile che sia stata la decisione dell’emirato di citare in giudizio l’Egitto per la chiusura dei propri uffici al Cairo a lasciare dietro le sbarre Peter Greste, Mohamed Fahmy e Baher Mohamed.

Nonostante le testimonianze contro i tre abbiano un alone di menzogna, niente ha impedito agli amiconi di El Sisi, tra cui il benamato Tony Blair, di mantenere delle buone relazioni con il presidente egiziano, che è diventato famoso per aver salvato il suo Paese dalla dittatura della Fratellanza.

Nel frattempo, altri sette reporter di Al-Jazeera sono stati processati in contumacia e rischiano di essere consegnati alle autorità egiziane per essere processati qualora dovessero mettere piede in altri stati arabi, i giornalisti egiziani sono ancora in carcere, così come gli altri inviati arabi nella regione. La stampa egiziana, dopo una fulminante rinascita dopo la deposizione di Mubarak, è tornata alla passiva sottomissione e a deridere meschinamente i propri colleghi imprigionati. Insomma, un macello.

Ora, immagino che El Sisi rilasci i tre giornalisti tra un po’ di tempo, forse settimane o mesi, ma poco si può far contro l’orgoglio egiziano che, paradossalmente, assomiglia all’arroganza imperiale che una volta era esercitata dagli inglesi. In definitiva, il giornalismo sarà ancora messo a dura prova nei prossimi anni. Quante truppe televisive vorranno rischiare di parlare con gli oppositori della Fratellanza ora che è stata classificata come un’organizzazione terroristica? Non molte, temo. Ciò significa che El Sisi e le sue corti hanno vinto, ma lo spiraglio c’è e tutti lo posso vedere.

Robert Fisk è un giornalista specializzato sul Medio Oriente, da circa 25 anni risiede a Beirut.

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Roberta Papaleo

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