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Egitto: la violenza sessuale strumento di controrivoluzione

Assafir (12/06/2012). Traduzione di Carlotta Caldonazzo

Nelle ultime settimane a Piazza Tahrir, al Cairo, si sono verificate aggressioni organizzate ai danni delle manifestanti, con lo scopo di fiaccare la volontà delle attiviste egiziane e inficiare l’immagine di una rivoluzione che in soli 18 giorni ha deposto l’ex presidente Hosni Mubarak. Dopo la condanna all’ergastolo di quest’ultimo e dell’ex ministro degli interni Habib al-Adli e l’assoluzione di alcuni suoi collaboratori, Nihal Saad (26 anni) è andata con altre quattro amiche in piazza Tahrir per protestare contro la sentenza, ma alle otto di sera le attiviste sono state aggredite da un gruppo di uomini sempre più numeroso.

Secondo Saad la folla era tale che lei stessa non riusciva ad alzare le mani e al momento dell’aggressione si è sentita toccare ovunque, mentre a una sua amica, che gli aggressori hanno preso particolarmente di mira, sono stati strappati i vestiti.

La scorsa settimana, prima del secondo turno delle presidenziali previste per il 16 e 17 giugno e dopo la ripresa delle proteste in piazza Tahrir, gruppi numerosi di uomini hanno compiuto aggressioni sessuali ai danni delle attiviste. A queste azioni ripetute, Saad e le altre hanno reagito organizzando un corteo per chiedere la parità di genere e il diritto di riunirsi senza paura. Alla manifestazione, che si è tenuta venerdì scorso per circa un’ora, hanno preso parte circa 30 donne, finché diversi gruppi di uomini hanno rotto lo scudo umano che le circondava aggredendole di nuovo: vestiti strappati, palpeggiamenti e persino furti di denaro e cellulari.

Le molestie sessuali in Egitto sono considerate una malattia cronica, ma di nuovo c’è che iniziano a compierle gruppi di decine o centinaia di uomini nello stesso tempo (come avvenne, mutatis mutandis, il 13 luglio 2001 a Hassi Messaoud in Algeria). Secondo Saad infatti “quanto accaduto non somiglia alle molestie che le donne subiscono quotidianamente, ma sembra che sia stata un’azione organizzata”. La sua amica, la regista Leyl-Zahra Murtaza che ha preso parte al corteo, ha osservato che a indurla al sospetto è il fatto che attacchino in gruppi numerosi. Perciò si è chiesta se “tutti i molestatori si riuniscano davanti al ristorante Hardeez nello stesso tempo”. Diversi attivisti ritengono che lo scopo di queste aggressioni organizzate sia impedire alle donne di partecipare alla vita politica, mentre secondo altri si tratta semplicemente di un fenomeno radicato in Egitto. Sono tuttavia in molti a credere che lo scopo sia danneggiare il movimento rivoluzionario e dissuadere le donne dal partecipare alla vita politica. Ad esempio Dalia Ziyada, direttrice del Centro di studi Ibn Khaldoun, ritiene che “le aggressioni avrebbero avuto un impatto negativo sulla rivoluzione, senonché nei 18 giorni precedenti la caduta di Mubarak non abbiamo ricevuto rapporti su nessun caso di molestie sessuali”. Quando la rivoluzione non sarà più generalizzata, ha aggiunto, le donne torneranno nelle loro case e le manifestazioni e i loro obiettivi perderanno di vigore.

Secondo uno studio pubblicato dal Centro egiziano per i diritti umani nel 2008, l’83% delle donne egiziane e il 98% dei turisti hanno subito vari tipi di molestie sessuali per le strade. Forse le molestie sessuali sono diventate uno strumento di deterrenza ai danni dei manifestanti da quando il Consiglio supremo delle forze armate ha preso il potere dopo la caduta di Mubarak e, secondo alcuni, sarebbero addirittura una tattica militare ereditata dal vecchio regime. Anche secondo Nadeen Wahhab del movimento Il Nostro Diritto quanto sta accadendo fa parte del piano di controrivoluzione escogitato dalla giunta militare, dall’esercito e da quello che resta del vecchio regime. Wahhab ha spiegato che prendere di mira le donne è un tentativo di istigare la violenza di strada e indebolire il movimento rivoluzionario. “Senza la metà della società”, ha concluso, “non potremo costruire un nuovo patto sociale”.

Nonostante abbiano partecipato alla rivoluzione, le donne non sono riuscite ad accedere alle istituzioni governative: ad esempio in parlamento, su un totale di 498 deputati, solo 9 sono donne, anche se è proprio il parlamento, guidato dai partiti islamici e dagli uomini, a discutere le leggi che riguardano le donne, come quella sulla custodia dei figli dopo il divorzio o sulla circoncisione.

L’incapacità delle donne di manifestare limita la loro capacità di formare una forza politica organizzati. Secondo la direttrice dell’organizzazione Riflessione sugli studi sulle donne del Cairo Yara Salam, “se le più piccole attività politiche non sono sicure, neanche quelle ai livelli più alti sono sicure”. Yara Salam punta inoltre il dito contro partiti islamici e liberali, che sfruttano la donna per raggiungere i loro scopi: “se intendono dimostrare la loro apertura e la loro crescita in termini numerici ricorrono alle donne”. L’unico mezzo per cambiare l’attuale stato di cose, ha spiegato, è emanare una legge che vieti le molestie sessuali. Tanto Murtaza quuanto Saad sono convinte che le donne debbano continuare a protestare per rivendicare i loro diritti, ma sembra che il danno sia già stato fatto. Ad esempio Wahhab è tra quelle ragazze che erano in prima linea durante la rivoluzione ma ora prima di scendere in piazza si accertano che la situazione sia sicura.

Carlotta Caldonazzo

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