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È il turno degli islamisti?

Di Abdul Rahman Al-Rashed. Asharq Al-Awsat (04/07/2012). Traduzione di Angela Ilaria Antoniello

In alcuni Paesi del Golfo, come in altri paesi arabi, gli islamisti provano a giocare un ruolo politico più decisivo nella convinzione che sia giunto il momento degli islamisti, o meglio dell’islam politico. Utilizzato in questo senso il termine “islam” ha poco a che fare con la religione e i musulmani, è invece uno slogan che ha lo scopo di far raccogliere consensi, legittimità, immunità e potere alle parti politiche in questione.

Il problema non è il diritto degli islamisti alla presidenza nel caso in cui vincano le elezioni, come è successo in Egitto e prima ancora in Tunisia, ma la loro attuale interpretazione della storia. La vittoria di Mohamed Morsi ha avuto una vasta eco in tutta la regione: alcuni pensano che sia l’inizio di un governo non diverso da quello militare e che Mursi e la sua cricca rimarranno al potere fino al momento in cui anche loro saranno rovesciati con la forza; gli islamisti, invece, credono che questo sia il momento culminante della loro storia.

Gli islamisti potrebbero essere fondamentali nello sviluppo del concetto di Stato e contribuire alla costruzione di un sistema di governo che permetta di raggiungere stabilità e progresso. Se gli islamisti impareranno ad apprezzare lo stato civile, avranno più fortuna dei loro avversari, anche perché Mursi è arrivato al potere tramite le urne, ma se dovessero voltare le spalle questo tipo di governo, come ha fatto Hamas a Gaza, perderanno tutto quello che hanno conquistato e l’Egitto entrerà in un conflitto senza fine.

Gli egiziani, dopo essersi sbarazzati di un regime militare totalitario, non soccomberanno di fronte a un regime teocratico perché non è vero che la gente accetta chiunque innalzi lo slogan dell’islam. Sia Al-Qaida che i governanti del Sudan pur utilizzando il termine “islam” hanno fallito. Mentre il governo iraniano, sebbene usi questa parola, possiede tutti i difetti del regime di Mubarak in Egitto, di Gheddafi in Libia e di Saleh in Yemen: corruzione, oppressione e fallimento amministrativo.

Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che in Egitto sta avvenendo un cambiamento democratico e che gli islamisti sono consapevoli di non aver avuto il voto dei giovani che per primi sono scesi in piazza ribellandosi contro il vecchio regime. Per cui, sebbene il loro candidato Ahmed Shafiq non ha vinto, loro continuano a rappresentare poco meno degli aventi diritto al voto.

Ilaria Antoniello

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