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Dis-orientalismo

Les Printemps Perdus - Mounir Fatmi

El Paìs (18/08/12). Di Fietta Jarque. Traduzione e sintesi di Alessandra Cimarosti.


Mentre le idee sul mondo arabo nella scena internazionale sono dominate dalla percezione della sua conflittualità, associate al terrorismo, alle guerre o ai cambi politici a partire dalla primavera rivoluzionaria, i progressi nel campo della cultura passano quasi inavvertiti per la maggior parte della gente. 

Non è così per le persone del mondo dell’arte. Ha avuto un grande sviluppo il progetto ancora work in progress dei paesi del golfo Persico, con tutti i loro grandi complessi di musei, biennali e fiere. Abu Dhabi sta investendo più di 10.000 milioni di euro in edifici satelliti dei musei Louvre e Guggenheim. La vicina isola di Saadiyat arriva ancora più lontano, con i suoi investimenti che superano i 20.000 milioni di euro per la costruzioni di quattro musei, un centro di arti sceniche e 19 padiglioni per mostre temporanee. 
In Qatar, l’Autorità dei Musei aveva pagato più di 191 milioni di euro per “I giocatori di carte” di Paul Cezanne. Ma questo succede, in molti casi, per l’aspetto economico.

Dall’altro lato invece, nei paesi del Maghreb e del Vicino Oriente, c’è una nuova generazione di artisti che si sta aprendo alla scena internazionale, generalmente, attraverso iniziative indipendenti, al limite di quanto viene consentito dai governi. L’arte contemporanea nei paesi arabi sembra aver avuto un nuovo inizio nel suo recente passato, in particolare col modernismo. Negli anni del post-colonialismo gli artisti subivano una doppia pressione:  erano considerati imitatori dall’Occidente e traditori della tradizione da parte dei loro paesi. Con il tempo questo linguaggio fu adottato anche dalle autorità ufficiali come segno della sua modernità.

L’artista Ahmed Badry (Cairo 1979), che partecipò a Madrid al programma “Esplorando paradigmi: genere, Modernità, tradizione”, organizzato a giugno dalla Casa Arabe e dal Musac, descrive la situazione in Egitto: “Fino a sette anni fa, il Governo aveva il potere sugli artisti egiziani. Se non parteggiavano per il governo non potevano essere nulla. Quelli che come me erano studenti, osservavano semplicemente senza sapere bene cosa stessero facendo. Poi arrivò internet. Il web ci permise di essere informati riguardo a ciò che stava succedendo in tutto il mondo. Ci allontanammo dal governo, creando i nostri propri spazi alternativi, indipendenti, autofinanziati. Il pubblico era scarso però educato, per questo il governo non ci dava tregua. Altre espressioni come il graffito erano molto più vigilate perchè molte avevano un’attitudine politica. Quelli dell’arte contemporanea no. E non è che gli artisti visuali non parlassero di temi come la migrazione, la religione, o dei problemi sociali, ma il loro pubblico sembrava minoritario. Utilizzammo un’altra via per esprimere la nostra arte, senza censure” afferma Badry. 

Altri artisti egiziani, come Hassan Khan, o il fotografo Youssef Nabil, hanno solamente una solida carriera internazionale.

Ciò che succede in Marocco non è poi così diverso. Nascono iniziative di tipo privato, al limite del concesso. Un esempio è “L’appartement 22” di Rabat, fondato dall’editore Abdellah Karroum. Mostapha Rompli, fotografo che dirige la residenza degli artisti Ifitry a Essaouira afferma “l’artista marocchino contemporaneo più famoso a livello internazionale è Mounir Fatmi (Tangeri 1979), considerato un provocatore in Occidente, principalmente per la sua posizione anti-Islam. Ci sono artisti marocchini, molti dei quali vivono all’estero, che espongono le proprie opere in fiere e gallerie internazionali, ma c’è bisogno di strategie per far si che queste opere entrino nei grandi musei. Sono realista e molto paziente (…) artisti di prestigio mondiale ci aiuteranno a fare passi in avanti”.

Ala Younis, artista giordana afferma che la prima guerra del Golfo marcò un momento cruciale di cambiamento nell’arte iraniana, turca e araba in generale. Prima si organizzarono fiere di arte, poi aste internazionali, solo in seguito iniziarono a sorgere artisti con una propria identità. Prima sono state poste le basi del mercato e poi l’interesse per il mercato stesso. Prima ci sono stati gli artisti minori, gli unici ad essere conosciuti; poi sono stati scoperti quelli più concettuali. Il video è uno dei mezzi più utilizzati dai giovani artisti. Younis afferma che questo è il mezzo che si è più sviluppato negli ultimi anni. “E’ facile fare video, ma non è facile fare arte. In Giordania, ad esempio, ci sono molte più artiste che artisti. Entrambi lottiamo per uno spazio. Le cose possono essere difficili per le donne ma meno di quanto pensano gli occidentali. Ad ogni modo, ciò che conta è l’individuo. Non abbiamo problemi ad essere messi nel gruppo dell’arte del Vicino o Medio Oriente, però non vogliamo solo questa etichetta. Io a volte parlo come donna, a volte come araba, come giordana o semplicemente come una persona rotta”.

Il dominio dell’arte occidentale eclissò tutto ciò che non apparteneva alla sua orbita, fino a quando la globalizzazione aprì le prospettive. Anche il mercato volle diversificarsi, cercare nuove espressioni. Nei paesi arabi però non c’erano né musei, né gallerie. In più, che arte si era potuta sviluppare in paesi di tradizione musulmana nei quali è proibito rappresentare persone e animali?

Città cosmopolite come il Cairo, Damasco, Rabat, videro nascere artisti che praticavano la pittura su tela di fronte a un rifiuto sociale che li criticava di essere neocolonialisti. Dopo la seconda Guerra Mondiale gli artisti si liberarono dei modelli europei, inglobando elementi delle proprie culture, come la calligrafia o ornamenti e disegni dei tappeti o dei mosaici. Elaborarono un nuovo vocabolario nel quale prese spazio la figura umana. Negli anni ’90 ci fu una specie di rottura generazionale, nella quale i mezzi di comunicazione ebbero un ruolo importante. Dopo l’11 settembre si prestò maggior attenzione agli artisti arabi cercando però in essi, un’identità comune e non delle individualità rilevanti. In più il fantasma dell’Orientalismo (Said) alimentò sempre l’idea dell’esotico. Per questo ci sono e ci sono state reticenze a fare esposizioni che raggruppano gli artisti per paesi, regioni o etichette che rafforzano i cliché. In ogni caso è il potere espressivo di questi artisti che avrà l’ultima parola.

C’è da sottolineare che un’importante diaspora ha fatto emigrare molti artisti da zone in conflitto. La globalizzazione è una corrente sempre più forte. Esposizioni in Francia, Germania, Regno Unito e Stati Uniti hanno dimostrato un crescente interesse per il lavoro degli artisti del mondo arabo. Il Giappone ha inaugurato a luglio nel Mori Art Museum, l’Arab Express, prima grande esposizione di arte araba, con opere di 34 artisti di 10 diversi paesi, organizzati in sale che assomigliano alle sezioni di un quotidiano. Inoltre è sorto un interessante gruppo di studiosi e curatori che riflettendo, prendono consapevolezza sul futuro dell’arte di questi paesi. Tra questi ricordiamo la irachena Nada Shabout, la palestinese Mikdadi, la giordana Waidan Ali e così via. 

L’orientalismo diventa sfocato. Chissà se ci troviamo di fronte ad un disorientalismo dell’arte. In quest’analisi non si può non far riferimento anche agli artisti contemporanei israeliani. Israele ha una scena artistica dinamica e di prestigio internazionale, come ad esempio per il caso di Miki Kratsman, Yael Bartana, Gal Weinstein… La sua tradizione plastica si fonda con quella occidentale, ma il suo impegno nel presente, anche negli aspetti più crudi, è evidente.

Non sarà l’arte a perpetuare le differenze tra l’uno e l’altro.

Alessandra Cimarosti

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