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Devote di Allah… e di Armani

hana tajimaDi Carmen Mañana. El País (12/04/13). Traduzione di Alessandra Cimarosti.

Hana Tajima (Devon, 1987) porta sempre i tacchi più spettacolari, i jeans più desiderati e l’hijab. È una blogger di moda ed è musulmana. Forse la più influente di una nuova generazione di donne che rivendica, con le reti sociali come alleate, la possibilità di seguire le tendenze internazionali, senza tradire la discrezione nel vestire, imposta dalla religione. Una proposta che, anche se non estendibile a tutti i paesi musulmani, si è estesa – non senza polemiche – in tutto il mondo ed è cresciuta in modo esponenziale con il gran numero di seguaci, progetti tessili e pagine web.

“L’Islam ti incoraggia ad essere te stesso, quindi non vedo nessuna ragione per la quale non possa essere musulmana e alla moda. La maggior parte delle donne musulmane è sempre stata interessata alla moda, però adesso lo esprime pubblicamente. Questa è la chiave del fenomeno. Quando ho lanciato la mia pagina Stylecovered.com nel 2009, nessuno proponeva una revisione moderna del nostro codice di abbigliamento. Adesso, che si tratti di ragazze statunitensi o ragazze di Singapore, tutte si uniscono a questo movimento, è sempre più accettato e ha generato un autentico sentimento di fratellanza tra di noi” spiega Tajima, figlia di giapponesi e inglese, che si è convertita all’Islam sette anni fa.

Vista la grande popolarità, a livello globale, raggiunta da Tajima, si sono moltiplicate iniziative simili. Tra le più importanti: il blog Fashionwithfaith, della stilista svedese Imane Asry, o le pagine web come Hebamagazine.com o Hijabshigh.com, specializzata in fotografie di donne con hijab anonime e glamour.

Il mercato musulmano è enorme e in parte grazie a questa tendenza, è in piena ridefinizione. L’industria tessile non può non notarlo e non lo fa. Le marche di lusso stanno adattando, da qualche anno, le proprie collezioni alle necessità del pubblico musulmano e alcune, incluse Armani, Calvin Klein o Prada, producono linee di foulard specialmente pensati per coprire la testa. Inoltre, lo scorso febbraio e per la prima volta, una firma autodefinita come musulmana – Barijis – si è fatta largo nella Settimana della Moda di Londra.

“Niente è facile. Come sempre fare qualcosa che non è mai stata fatta prima provoca reazioni forti. Per molti sto oltrepassando i limiti di ciò che si suppone una ragazza musulmana debba essere e questo per me rappresenta una sfida” racconta Tajima via mail.

Le critiche non arrivano solamente dalla comunità islamica. Nancy Hoque, disegnatrice della firma californiana specializzata in hijab Sixteenr, assicura che la percezione del velo come simbolo di oppressione pesa nell’interpretazione di questa tendenza, per alcuni. “Sempre più musulmane intendono la moda come strumento per esprimere la propria personalità. Questa tendenza non ha a che vedere solo col velo, ha a che vedere col fatto che la tua attitudine e il tuo modo di pensare lo esprimi nel modo in cui ti vesti”, argomenta la disegnatrice di Sixteenr, una delle firme più all’avanguardia.

Gran parte di queste stylist sostiene che il velo, al di là della sua lettura religiosa, possa far sentire più sicura chi lo sceglie volontariamente. “Quando una ragazza copre i propri capelli, non solo cambia il suo aspetto, ma anche la forma con la quale gli altri interagiscono con lei. Devi sentirti molto sicura di te per nascondere la tua bellezza, assumere un aspetto che si allontana dalla norma e uscire in questo modo dal mondo occidentale. È un processo di crescita personale che ti fa diventare più forte”, aggiunge Hoque.

Però, la differenza tra un blog musulmano e uno, chiamiamolo “standard”, non inizia e finisce nella testa della modella. È certo che qualsiasi moda si manifesta in un modo preciso, dalle minigonne di Balenciaga ai top di Lanvin, che vanno sempre accompagnate da pantaloni e magliette a manica lunga. Questo perché l’obiettivo è conciliare la moda attuale con il Corano che vuole che le donne si vestano con pudore. Concetto tanto ampio che ha fatto sì che i più ortodossi condannino questa nuova estetica. Sarebbe però necessario chiedersi perché alcuni misurano la discrezione e l’umiltà solamente in centimetri e non in euro. Perché sfoggiare un decolté è più immorale dell’indossare un orologio di oro massiccio. Ma questo è un altro discorso.

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Alessandra Cimarosti

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