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Ci attende l’abisso in autunno?

El País (09/09/12). Di Joschka Fisher. Traduzione e sintesi di Alessandra Cimarosti.

Nei prossimi mesi, varie gravi crisi economiche e politiche regionali potrebbero, combinandosi, portare uno sconvolgimento globale. Nel corso dell’estate, la prospettiva di un autunno pieno di eventi è diventata sempre più probabile.

Tamburi di guerra suonano ancora più forte nel Medio Oriente. Nessuno può predire la direzione verso la quale si dirigeranno il Presidente e la maggior parte dei parlamentari islamisti sunniti in Egitto, ma una cosa è sicura: gli islamisti sunniti stanno modificando decisivamente la politica della regione. Questo riallineamento regionale non dovrà essere necessariamente anti-occidentale, ma senza dubbio, lo sarà se Israele o gli Stati Uniti, o anche entrambi, dovessero attaccare militarmente l’Iran.

In Siria infuria la guerra civile, accompagnata da una catastrofe umanitaria. Il regime del presidente Bashar ElAssad non ha un seguito, ma lui è deciso a combattere fino alla fine. La balcanizzazione della Siria è un risultato chiaramente prevedibile. Infatti, non si può escludere una somiglianza alla situazione della Bosnia. L’opzione che il governo siriano perda il controllo delle sue armi chimiche rappresenta una minaccia di intervento militare da parte della Turchia, di Israele o degli Stati Uniti. In più, la guerra civile siriana è diventata una battaglia per l’egemonia regionale, tra Iran da una parte e Arabia Saudita, Qatar, Turchia e Stati Uniti dall’altra. Israele che si mantiene al margine di questa coalizione arabo-occidentale, gioca le sue carte senza mostrarle.

Da parte sua l’Iran ha dichiarato la Siria alleato indispensabile ed è deciso a impedire con ogni mezzo un cambio di regime in terra siriana; questo significa che le milizie di Hezbollah nel vicino Oriente, si vedranno coinvolte nella guerra civile siriana? Questo intervento farà rivivere al Libano la lunga guerra civile dei decenni 1970-80? La minaccia di una nuova guerra arabo-israeliana incombe sul Vicino Oriente? E se i curdi dentro e fuori la Siria, stanno adottando un’attitudine sempre più energica, la Turchia, con la sua numerosa – e da molto tempo inquieta – popolazione curda, si sta mostrando sempre più preoccupata.

Allo stesso tempo, il conflitto nella regione siriana si sta sempre più aggrovigliando ad altre problematiche: il programma nucleare iraniano. Parallelamente al dramma siriano, il confronto tra Israele e Iran riguardo a tale programma, è sempre più aspro. Entrambe le parti sono finite in un vicolo cieco. Se l’Iran dovesse cedere e accettare una soluzione diplomatica, potrebbe essere messa in pericolo la legittimità e la sopravvivenza del regime siriano. Dal punto di vista del regime, le sanzioni internazionali non sono da sottovalutare e perciò l’Iran corre il rischio di perdere il suo alleato.

Anche il governo di Israele è nella trappola della sua politica interna. Il primo ministro Benjamin Netanyahu, e il ministro della Difesa Ehud Barak, non possono accettare un Iran con armi nucleari. Non temono un attacco nucleare contro Israele, ma temono una corsa agli armamenti nucleari nella regione che indebolirebbe la posizione del proprio paese. Dal suo punto di vista, Israele dovrebbe o convincere gli Stati Uniti ad attaccare l’Iran e le sue basi nucleari, o correre il rischio, utilizzando le proprie forze militari per farlo. La possibilità di un accordo diplomatico sembra diminuire sempre più e ciò significa che entrambe le parti hanno smesso di meditare sugli effetti delle proprie azioni.

Tutti parlano di una “opzione militare”, il che significa attacchi aerei, ma se i sostenitori di tale opzione parlano di una “operazione chirurgica” limitata, in realtà si riferiscono allo scoppio di due guerre: una aerea, guidata dagli Stati Uniti e Israele e l’altra, asimmetrica, capeggiata dall’Iran e i suoi alleati.

E se questa “opzione militare” fallisse? E se l’Iran diventasse una potenza nucleare, i movimenti democratici fossero spazzati via con un’ ondata di solidarietà islamica anti-occidentale e il regime iraniano risultasse ancora più rafforzato?

Molto probabilmente, l’Iran ha pensato poco ad una conclusione logica. Cosa potrebbe guadagnare diventando una potenza nucleare se poi sarebbe costretto all’isolamento regionale e ad affrontare dure sanzioni delle Nazioni Unite? E cosa innescherebbe una corsa agli armamenti nucleari nella regione?

Una guerra nel golfo Persico – che continua ad essere il rifornitore di petrolio mondiale – metterebbe a rischio tutte le esportazioni per un periodo indefinito, i prezzi energetici arriverebbero alle stelle, l’economia mondiale riceverebbe un colpo durissimo, trovandosi già ad un passo dalla recessione. La Cina che attualmente ha problemi economici ne sarebbe danneggiata ancora di più, così come gli Stati Uniti. Un’Europa così instabile ce la farebbe ad affrontare una crisi petrolifera? La crisi della sicurezza regionale e mondiale, causata da una guerra asimmetrica, contribuirebbe all’aumento dei problemi dell’economia mondiale.

Respice finem! (Che si pensi alla fine!) dicevano i romani. I leader mondiali dovrebbero prendere sul serio queste sagge parole. Sarebbe assurdo dover rivivere una vera catastrofe per capire in cosa consiste l’integrazione europea.

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Alessandra Cimarosti

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