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Arabia Saudita: un pericolo imminente

Zoom Anouzla2L’ultimo articolo redatto da Ali Anouzla, direttore del quotidiano marocchino Lakome prima di essere arrestato.

Di Ali Anouzla. Lakome (12/09/2013). Traduzione e sintesi di Viviana Schiavo.

Qual è il regime più pericoloso che spaventa la volontà del popolo in Medio Oriente e in Nord Africa ed è infastidito se quest’ultimo prende l’iniziativa di autodeterminarsi? La risposta ovvia è che tutti i regimi autoritari della regione hanno frenato e continuano a frenare le aspirazioni dei loro popoli, però c’è un unico regime che fa da garante a tutti gli altri, li sostiene, li stimola, li incita, difende la loro repressione del popolo e ospita i loro dittatori latitanti. Questo è il regime della famiglia regnante in Arabia Saudita.

All’inizio, le cosiddette rivoluzioni della “primavera araba”  hanno sorpreso tutti, con la prese di coscienza del popolo e le richieste di libertà, dignità e giustizia sociale. Ormai è chiaro che, contrariamente a tutto quello che è stato detto sulla questione, queste rivolte popolari spontanee sono state esposte a grandi cospirazioni esterne ed interne e continuano ad esserlo.

Oggi, con il passare del tempo, alcuni fili di questi complotti cominciano ad apparire e si scopre chi li teneva e li muoveva  a distanza. All’inizio ha tentato di farlo il regime di uno Stato piccolo ma con una grande avidità, il Qatar, che ha modellato queste “rivoluzioni” a vantaggio del suo piano politico pro Fratelli Musulmani, sfruttando l’influenza dei media e la presenza dei leader spirituali di questa organizzazione nel suo Paese.

I regimi del Golfo, che vedevano nella liberazione del popolo un pericolo per la loro esistenza e nel sostegno ai Fratelli Musulmani una minaccia ancora più grande, sono anch’essi intervenuti per dirigere le rivoluzioni verso i propri interessi. Così le rivoluzioni spontanee del popolo hanno cominciato ad indebolirsi con l’intervento delle famiglie regnanti di Arabia Saudita, Emirati Arabi e Kuwait, che hanno sostenuto i propri seguaci all’interno delle organizzazioni salafite, hanno creato loro dei partiti e li hanno aiutati con finanziamenti e sostegno mediatico nelle elezioni  in Tunisia e in Egitto, per farli vincere contro i loro principali avversari, i Fratelli Musulmani,  fautori del concetto di “internazionalismo islamico” e promotori dell’instaurazione del califfato.

Da quando è soffiato il vento della “primavera araba”, gli Stati del Golfo si sono affrettati a farla fallire. In particolare, l’Arabia Saudita è intervenuta militarmente per reprimere le rivolte popolari in Bahrein, ha finanziato il contenimento della rivoluzione in Yemen e ha investito miliardi di dollari per influenzare le elezioni democratiche in Tunisia e in Egitto promuovendo “l’islam salafita”, legato al pensiero wahabita saudita, entrato nelle piazze siriane attraverso  le milizie religiose radicali, classificate al livello mondiale nella lista delle “organizzazioni estremiste”.

L’Arabia Saudita, tra i principali alleati americani nella regione, sta spendendo miliardi per impedire che si istaurino dei sistemi democratici in Medio Oriente e Nord Africa. Lo ha fatto in passato in Libano e in Iraq e lo sta facendo ora in Egitto, Tunisia, Yemen e Bahrein. Inoltre, sostiene i regimi autoritari in Giordania e Marocco.

Il regime Saudita è una fonte di ideologie religiose che alimenta gruppi estremisti nel mondo islamico e si presenta come un alleato americano solo quando si tratta di contrastare la crescente influenza iraniana. Ma è proprio questa alleanza saudita-americana che le permette di entrare in molti paesi della regione. Qui sta il paradosso.

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