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Algeria: rischio di implosione sociale

Abderrahmane Metboul (Le Matin dz – 1/5/2012). Traduzione di Carlotta Caldonazzo

Poiché la storia è il fondamento di ogni conoscenza e azione, invece di dilungarci in discorsi sciovinisti isterici di altri tempi, i candidati alle elezioni legilative del 10 maggio hanno veramente analizzato le politiche socio-economiche adottate dal 1963 al 2012 per trarne insegnamenti per il futuro? Le forze sociali conservatrici e riformiste, spesso antagoniste, considerando il peso della storia, sono il motore della dinamica o della stagnazione di ogni società. Come non ricordare le promesse dei dirigenti politici algerini che hanno guidato i destini del paese in nome della legittimità storica (– amcora – quando alcuni recentemente hanno evocato, per quelli che vogliono capire veramente, la fine dello “stato lattante”) e poi di quella rivoluzionaria. Ciò significa soprattutto che il potere benefico (come contratto politico implicito tra i dirigenti del “socialismo lattante”, con lo scopo di legittimare lo scambio di una parte della rendita con la dipendenza e la sottomissione politica), che cancella ogni spirito di cittadinanza attiva, deve cedere il posto a un politico in cui il diritto e la morale riconquistino la loro posizione per legittimare il veri status della cittadinanza.

Ricordiamoci, nel 1962, della dominazione ideologica del comunismo, l’inno alla libertà cantato per le strade di tutta l’Algeria indipendente, le speranze suscitate dal socialismo all’algerina, l’autogestione delle proprietà dei coloni che avrebbe dovuto aumentare la produzione, restituire ai contadini la loro dignità, lottare contro l’ingiustizia sociale, ma anche contro le lotte di potere tra Interni ed Esterni ai vari clan. Al giugno 1965 risale il discorso del guizzo rivoluzionario, sul fatto che l’Algeria sarebbe sull’orlo del fallimento. Sarebbe stato necessario reindirizzarla attraverso un potere forte che resistesse agli avvenimenti e agli uomini, lungo tre assi: rivoluzione industriale, rivoluzione agraria e rivoluzione culturale, sulla base del piano economico del Programma di Tripoli, a sua volta fondato sul predominio del settore statale, rampa di lancio per l’economia del paese attraverso grandi compagnie nazionali. Questi i discorsi trionfalistici sulla costruzione delle industrie più importanti del mondo, dei benefici della rivoluzione agraria che garantisce l’indipendenza alimentare, sulla scuola e la sanità per tutti e sulle promesse solenni che l’Algeria sarebbe diventata il Giappone d’Africa, con l’avvio del piano triennale 1967-96, del primo piano quadriennale 1970-73 e del secondo 1974-77. Dopo la morte del presidente Houari Boumedienne a seguito di una lunga malattia, dopo una lotta di potere che finirà con un compromesso e con l’ascesa al potere di Chadli Benjedid, abbiamo capito che questa esperienza è fallita. A partire dalla comprensione delle esigenze sociali nel periodo precedente e soprattutto grazie al prezzo elevato del petrolio, si punterà principalmente sulle infrastrutture, sulla costruzione di abitazioni, sull’importazione di beni di consumo finiti attraverso il programma anti-scarsità e sulla costruzione su tutto il territorio nazionale di mercati agricoli. Secondo un ex primo ministro, l’Algeria non conosce crisi economiche in termini di potere di acquisto(al contrario di quanto avvenuto ai paesi sviluppati nel 2010, alle prese con 80-90 dollari a barile di greggio). Si tratta dell’applicazione meccanica delle teorie della pianificazione, mentre le grandi compagnie nazionali non sarebbero gestibili nel tempo e nello spazio.

Tuttavia la popolazione algerina, nel 1986, assiste al crollo dei prezzi del petrolio, alle lunghe liste di attesa e a una scarsità di generi alimentari interminabile: sempre per cause esterne. Così il discorso cambia tono: gli algerini hanno troppi figli e non lavorano abbastanza. Si fa appello alla solidarietà degli algerini emigrati finora dimenticati. A tutto ciò segue il crollo del dinaro, di cui si scopre che il valore è in funzione del valore del dollaro e del petrolio e non del lavoro o dell’intelligenza, uniche fonti permanenti di ricchezza. Si comincia dunque a elogiare le virtù del lavoro e della terra e si denunciano i misfatti dell’urbanizzazione, dello squilibrio tra campagna e città, tra le quali la priorità va attribuita all’agricoltura poiché si constata il livello allarmante del prezzo dei generi alimentari. Lo stesso slogan “l’uomo che occorre al posto giusto e al momento giusto” si ripete ancora oggi. Arriva quindi l’ottobre 1988, con le proteste di massa in conseguenza della crisi del 1986 che ha sprofondato di due terzi le rendite degli idrocarburi, smentendo i discorsi populisti. La stampa libera e il multipartitismo, che si tenta di gestire facendo nascere partiti (anche una famiglia può fondare un partito con sovvenzioni statali), si affacciano timidamente sulla scena politica e, nel 1989, viene varata una nuova costituzione. Inizia dunque il valzer interminabile dei capi di governo e dei ministri che si susseguono rapidamente a causa della profonda crisi che scuote il paese. Per uscire da quest’ultima nel 1994 viene eletto Liamine Zeroual: elezioni orientate alla riunificazione. La costituzione varata nel 1996 quindi fonda la seconda camera del parlamento (Consiglio della nazione), dotata del potere di bloccare un testo di legge precedentemente approvato dall’Assemblea popolare nazionale (Apn). Fatto nuovo e importante, essa stabilisce inoltre il numero massimo di mandati presidenziali (ciascuno di cinque anni) consecutivi a due. In questo periodo nasce il Raggruppamento nazionale democratico (Rnd), che ha tra i principi fondativi la lotta al terrorismo. In breve tempo conquista quasi tutti i seggi, sia dell’Apn che del Senato, a svantaggio del Fronte di liberazione nazioale (Fln). Il successo provocherà proteste interminabili e una commissione sulla frode elettorale, i cui risultati non arriveranno mai. I parlamentari, data la situazione del paese a livello di sicurezza, hanno come principale cura stabilire per se stessi stipendi che superano di 15 volte il salario minimo garantito. Intanto la povertà si generalizza, senza parlare del lavoro di rendita (ovvero della possibilità per un parlamentare di tornare alla sua occupazione originaria una volta terminata la sua missione e di godere di una pensione automatica), che indica un disprezzo totale per una popolazione lacerata. Intanto il governo è guidato inizialmente da un tecnico, Mokdad Sifi, che mantiene lo status quo, quindi da un politico, Ahmed Ouyahia (del Rnd), che applicando gli accordi con il Fondo monetario internazionale, stabilizzerà il quadro macroeconomico ma con ripercussioni negative sulla società. Alle elezioni presidenziali del 1999 viene eletto Abdelaziz Bouteflika, che promette di ristabilire il ruolo internazionale dell’Algeria, di porre fine allo spargimento di sangue e di rilanciare la crescita economica per alleviare la tensione sociale, un programma illustrato in occasione del referendum sulla riconciliazione nazionale.

All’inizio degli anni 2000, dopo il succedersi di due capi di governo, la carica viene nuovamente ricoperta da Ahmed Ouyahia, mentre alle elezioni del 2004 il presidente Bouteflika viene riconfermato. Quattro anni più tardi, nel 2004, arriva una nuova modifica della costituzione, non attraverso un referendum, ma con il voto alle due camere del parlamento: nessun limite ai mandati presidenziali, soppressione della figura del capo di governo, soppiantata da quella di primo ministro. È l’avvio di un regime di tipo presidenziale. In cambio, deputati e senatori si fanno votare uno stipendio di 300mila dinari al mese. Nel 2009 Bouteflika, riconfermato per la terza volta, promette di creare tre milioni di posti di lavoro e di aumentare il potere di acquisto degli algerini. Un altro periodo annunciato (2004-2009) per istituire lo stato di diritto attraverso la riforma delle istituzioni, del sistema finanziario (polmone delle riforme), del settore agricolo e mediante l’accelerazione delle privatizzazioni. Obiettivo dinamizzare la produzione e le esportazioni al di fuori del settore degli idrocarburi. Il programma di sostegno al rilancio dell’economia viene valutato circa 200 miliardi di dollari, ma il bilancio non è stato pubblicato. Durante questo periodo si assiste all’esplosione della corruzione, che è sempre esistita, ma allora raggiunge proporzioni allarmanti: una corruzione di massa che invade le banche, le grandi compagnie nazionali come la Sonatrach e i grandi appalti come quello per la costruzione dell’autostrada Est-Ovest. Un fenomeno che tocca tutti gli altri settori dell’economia nazionale e che induce gli osservatori a dire che il rischio è il passaggio da un vecchio a un nuovo terrorismo, la corruzione, più mortifero e suicida per il paese. La questione è dunque: l’Algeria sarà capace di assorbire la considerevole somma di denaro stanziato tra 2010 e 2012 (in parte per terminare progetti del 2004-2009), invece di continuarne a trasferire oltre il 90% all’estero a un tasso di interesse quasi nullo? Non si rischia di assistere alla frattura tra gli obiettivi ambiziosi e i mezzi di realizzazione limitati, per l’assenza di una regolamentazione chiara, di trasparenza e di coerenza e a causa di istituzioni che si sono adattate alla transizione e all’accelerazione della cattiva gestione?

Nel 2012 i veri produttori di ricchezza sono scoraggiati, il sapere è privato di ogni valore a vantaggio degli introiti distruttivi: il 98% delle importazioni è costituito dagli idrocarburi greggi o semi-greggi, mentre tra 15 anni l’Algeria stessa dovrà importare petrolio e tra 25 il gas. Un duro colpo per un paese che già importa il 70/75% dei generi necessari alle imprese e alle famiglie. Si tratta infondo dell’imposibilità di gestire con discorsi contradditori la cacofonia di governo emersa in diversi casi. La fuga di cervelli e di capitali si amplifica malgrado i seminari sulla diaspora a colpi di milioni di dollari: un impiegato, un dirigente o un intellettuale sono legati alla sorte dei loro concittadini e devono mantenersi quel poco che già esiste. Il valore del dinaro sul mercato parallelo continua a sprofondare: il cambio di 140/150 dinari per un euro si riflette in un’importante fuga di capitali per mancanza di fiducia nel futuro da parte di chi ha accumulato patrimoni. La sfera del mercato informale, che controlla il 40% della moneta circolante continua a estendersi e con essa si diffonde la corruzione. Le tensioni inflattive che si tenta di comprimere attraverso sovvenzioni mal gestite e mal calibrate aumentano, avviando un deterioramento del potere di acquisto della maggioranza della popolazione. Intanto le tensioni sociali vengono rinviate elargendo salari senza contropartite in termini di produzione e, paradossalmente, riunendo le famiglie a causa della crisi degli alloggi. Nel 2012 il blocco è sistemico: si assiste al fallimento della politica economica, nonostante la tranquillità finanziaria mai raggiunta dopo l’indipendenza politica. Le nostre politiche sanno solo spendere, lontano dalle preoccupazioni circa una buona gestione: recentemente la direttrice del Fmi ha detto che l’Algeria spende senza contare. In questo periodo di transizione che va avanti dal 1986, l’instaurazione di uno stato di diritto e le riforme sono stati timidamente avviati, nonostante discorsi moralizzanti contraddicano quotidianamente le pratiche sociali. Di conseguenza, come risultato della pratica di diversi decenni (non solo in quest’ultimo periodo), esplodono tensioni in tutte le wilayas contro l’abuso (hogra), la corruzione, l’asperità della vita di una gioventù il cui slogan “siamo già morti” traduce l’incapacità di un sistema economico basato sulla rendita di generare una crescita al di fuori del settore degli idrocarburi, l’unico che permette di alleviare le tensioni sociali per affrontare il male sociale crescente. I nostri responsabili hanno forse analizzato la disperazione dei migranti irregolari, giovani che spesso con la complicità dei loro genitori, sfidano la morte e il trauma dell’esodo, condividono il sogno di fuggire dal paese, come testimoniano, dall’alba al tramonto, le lunghe file di attesa di chi chiede un visto alle ambasciate. L’Algeria ha bisogno di un guizzo per evitare la deriva tra 2015 e 2020. ha bisogno, considerando la trasformazione rapida del mondo, di un altro tipo di governo e soprattutto della valorizzazione della conoscenza come fondamento dello sviluppo del XXI secolo. Senza un altro stile di governo, sulla scorta delle politiche socio-economiche adottate tra 1963 e 2012, l’Algeria rischia l’implosione sociale nel 2020, già rinviata a breve termine con la distribuzione della rendita degli idrocarburi.

Carlotta Caldonazzo

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