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Algeria: il dilemma dei gas da scisti

Mohand Bakir – Le Matin dz (24/11/2012). Traduzione Carlotta Caldonazzo

Con le dichiarazioni degli ultimi mesi a proposito degli idrocarburi non convenzionali, Algeri non fa altro che gettare fumo sulle sue intenzioni politiche. Dopo aver dichiarato che l’Algeria ha già le capacità di gestire produttivamente questo tipo di risorse, il primo ministro Abdelmalek Sellal ha annunciato ai rappresentanti del Forum dei dirigenti di impresa (Fce) che i gas da scisti argillosi verranno estratti nel giro di 40 o 50 anni. Dunque, secondo l’ultima, bisognerà aspettare mezzo secolo per avere una tecnologia adatta da mettere in campo. Bel progresso tecnologico! Già risuonano le grida di gioia di questo mezzo secolo di indipendenza. C’è da domandarsi se chi ha il potere in Algeria abbia un’idea pietosa di se stesso o della società che guida. Probabilmente la risposta è: di entrambi.

Quale può essere dunque il senso della dichiarazione del capo del governo di fronte all’unico organismo che si prenda la briga di interrogarsi sulle vie di uscita dalla dipendenza petrolifera? Forse sono in linea con il percorso della Fce? O al contrario il primo ministro ha voluto manifestare alla Fce un rifiuto categorico perché il paese tra mezzo secolo sarà ancora stretto nella morsa della petro-dipendenza? La serenità dei quadri dirigenti dell’Unione Generale dei lavoratori algerini (Ugta – sindacato nazionale. N.d.R.), che si crogiola nell’illusione della rendita petrolifera, può rivelarsi un segnale fondamentale per decodificare il buon senso.

Bisogna rassegnarsi al fatto che la revisione della nuova legge sugli idrocarburi non avrà più come obiettivo lo sfruttamento degli idrocarburi non convenzionali? Probabilmente no, ma allora da dove verrà questa rettifica? Nella migliore delle ipotesi questa legge rifletterà il modus comunicandi del governo, vago e impreciso. Questa ipotesi migliore, va detto, sarà il peggio. Stando alla lista di esperti consultati dalla commissione per gli affari economici del parlamento algerino, la definizione della politica petrolifera del paese resta appannaggio di una ristretta cerchia dell’oligarchia burocratica al potere. Occulta e opaca, la gestione di questo settore resta sottomessa all’alea delle lotte tra clan. Nondimeno il groviglio che si è sviluppato circa questa questione può esprimere solo una di queste due possibilità: o il potere improvvisa sul momento, o è impegnato a sub-trattare (sul modello del subappalto) scelte  eterodirette (imposte). In entrambi i casi non è qualificato per impegnarsi in decisioni a lungo termine sul futuro del paese.

Prima di affannarsi a comprendere i segreti che fioriscono nei sotterranei delle nostre oligarchie di burocrati, il cammino patriottico è demolirne le fondamenta. Ci vorrebbe un fronte ampio in grado di farsi portavoce di due esigenze complementari: istituire il Consiglio nazionale dell’energia, la cui fondazione finora è stata rimandata, e realizzare un dossier sulla politica e la strategia energetiche del paese. La prima istanza, rimettendo la definizione della politica energetica algerina a un organismo istituzionale, costituirà un passo verso la trasparenza su una questione strategica. La seconda invece è tale da consentire la mobilitazione di tutto il potenziale intellettuale del paese negli apparati statali, nel settore economico o negli ambienti politici, con lo scopo di imprimere una svolta verso il consenso su una problematica così vitale.

 

Fonte: http://www.lematindz.net/news/10313-sellal-et-le-gaz-de-schiste-duplicite-ou-soumission.html

Carlotta Caldonazzo

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