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Algeria: chi trae vantaggi dagli scontri di Ghardaïa

Le Matin dz (16/07/2015). Traduzione e sintesi Carlotta Caldonazzo.

Di fronte al fallimento della soluzione militare agli scontri tra mozabiti ibaditi, châamba e arabi malikiti a Ghardaïa, negli ultimi giorni singoli individui e piccole organizzazioni della società civile hanno organizzato in diverse province punti di aggregazione dove tutte le comunità hanno rotto il digiuno insieme. Tavolate all’aperto imbandite grazie ai finanziamenti tanto di arabi quanto di mozabiti. A Ouled Yaich, nella provincia di Blida, questi iftar collettivi si sono tenuti in un quartiere abitato in maggioranza da mozabiti, noti nella regione per le loro abilità nel commercio. Sono stati questi ultimi a raccogliere fondi per offrire il pasto che conclude il digiuno durante il mese di Ramadan alle altre comunità che vivono in città. A Batna, capoluogo dell’omonima provincia, invece, è stato il sindaco a invitare i mozabiti all’iftar, pronunciando un discorso pubblico di condanna delle violenze di Ghardaïa e invitando tutte le parti coinvolte al dialogo e all’armonia. Se la logica muscolare delle autorità ha lasciato sul campo 25 morti, 80 feriti e oltre trenta arresti, iniziative come queste potrebbero spianare la via alla convivenza e alla solidarietà.

Infatti, a differenza delle proteste dei berberi della Cabilia, particolarmente accese dagli anni ’80 al 2001, nel M’zab (la regione di Ghardaïa) non vi sono rivendicazioni culturali e identitarie. Semplicemente, mozabiti (berberi musulmani di rito ibadita), châamba (berberi in maggioranza sunniti) e arabi, a prescindere dall’appartenenza etnica e religiosa, sono profondamente legati alle loro terre, che hanno difeso strenuamente sia durante la guerra di indipendenza che durante il decennio nero degli anni ’90. Tuttavia, un elemento comune della Cabilia e di Ghardaïa è la strategia fallimentare delle autorità, che hanno ridotto entrambe le questioni a fenomeni di ordine pubblico. Dispiegamento di truppe, coprifuoco e stato di emergenza minacciati o applicati, quindi decine di arresti, tra i quali spiccano spesso esponenti di organizzazioni per i diritti umani. Come Kameleddine Fekhar, attivista mozabita, arrestato e accusato di incitamento alla violenza e difeso dal presidente della Lega Algerina per la Difesa dei Diritti Umani (LADDH) Salah Dabbouz.

Dabbouz, come numerosi osservatori, riconduce le tensioni (iniziate negli ani ’80) al dissesto del tessuto sociale dell’intera Algeria. Complice il terrorismo degli anni ’90, ma soprattutto un regime che tenta di spaventare il popolo minacciando la sua integrità. Infatti, spiega, per quanto nei movimenti sociali algerini sia risuonato lo slogan “potere assassino”, questo non è mai stato assassino come lo è ora a Ghardaïa, dove si è tentato persino di ridurre al silenzio i militanti con intimidazioni e minacce di prigione. La gestione dei conflitti da parte del governo infatti rischia di vanificare anche gesti nobili come gli iftar collettivi, poiché, com’è accaduto durante l’ondata di manifestazioni dell’ottobre 1988, quando le autorità scelgono la linea della repressione brutale, qualsiasi risposta che la società civile può dare è pur sempre debole. Le tensioni di Ghardaïa dimostrano dunque l’ennesimo fallimento della politica sociale di Algeri, inserito in un contesto di crisi economica dovuta al calo dei prezzi del petrolio e di deriva politica verso un accentramento sempre maggiore di poteri nelle mani del Presidente della Repubblica. Carica attualmente occupata da Abdelaziz Bouteflika, che solo di rado riesce a comparire in pubblico a causa delle sue condizioni di salute. Stagnazione economica dunque ma anche politica, in particolare a causa della corruzione che attanaglia tanto l’economia quanto l’amministrazione centrale con le sue diramazioni locali.

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Silvia Di Cesare

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