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Ain Al-Arab oppressa da Kobane e le sue combattenti

Di Diana Moukalled. Asharq al-Awsat (21/10/2014). Traduzione e sintesi di Cristina Gulfi.

In mezzo alla preoccupazione per l’assedio di Kobane da parte di Daish (conosciuto in Occidente come ISIS), si nota un certo biasimo, nonché insofferenza, da parte del mondo arabo. Un’insofferenza aperta, a tratti dura, nonostante la situazione della città siro-curda, i combattimenti, i morti e le possibilità di ricaduta.

Alcuni chiamano Kobane col suo nome arabo, Ain al-Arab. Solo gli arabi possono fare questo ad una città abitata da curdi. Che smettano di protestare e di rivendicare i loro diritti linguistici e culturali, poiché non hanno altra scelta se non dissolversi in questo mondo arabo ed annullare ogni differenza. A questo punto, è anche giusto ammonire i media: “Perché avete dimenticato Daraya, Homs e le altre città siriane, ma vi ricordate di Kobane? Forse perché avete il complesso delle minoranze, mentre la maggioranza soffre di più?”

Il culmine, però, lo si raggiunge quando si dice che le donne curde che stanno combattendo per Kobane vengono celebrate “in maniera esagerata” – una forzatura che, secondo alcuni osservatori, rimanda all’orientalismo.

Questa critica è considerata soggettiva, per nulla intrisa di elementi baathisti o nazionalisti. La realtà è che la città è assediata dalle complicazioni – il fattore turco misto a quello siro-curdo.

È innegabile che Kobane rappresenti un altro capitolo della drammatica storia recente della Siria, che altre città abbiano patito allo stesso modo e che i curdi stiano vivendo l’ennesima sofferenza nella loro storia. Tuttavia, ciò non vuol dire che i curdi saranno lasciati soli nel loro calvario, senza il sostegno di nessuno.

Kobane e la sua gente non devono pagare per il fatto che l’Occidente ha abbandonato i siriani nelle mani di un regime criminale e di miliziani estremisti. Quella che viene definita una visione orientalista è anche una mistificazione di questa stessa prospettiva, quando coloro che celebrano le combattenti curde si sono resi conto che lo stesso contesto ha determinato anche un alto livello di omicidi d’onore. Se notare questo è orientalismo, chi ci impedisce di abbracciare i valori dell’Occidente? Quest’ultimo non è portatore solo di elementi negativi e allorché ci impegniamo per la rivoluzione e per valori legati alla libertà e ai diritti umani, non li prendiamo certo dall’Oriente.

Coloro che criticano questo nostro orientalismo farebbero bene a cercare su Google quante città e quante donne siriane sono state celebrate.

Il mondo è ingiusto con i siriani, perché non si impegna seriamente per porre fine al loro dramma. Questo è vero. Ma celebrare Kobane non ha causato una retorica orientalista, quanto una di tipo baathista e nazionalista molto radicata. Non ci sarà libertà per noi, per i curdi e per tutte le altre comunità d’Oriente finché non ci sbarazzeremo di quest’ultima retorica, così come speriamo di sbarazzarci di Daish e di tutti i regimi autoritari.

Diana Moukalled scrive per Asharq al-Awsat, Al-Hayat e Al-Wasat. È anche editore web per la libanese Future Television.

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Cristina Gulfi

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