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Accesso al complesso di al-Aqsa: verso una terza intifada?

Di Itxaso Domínguez de Olazábal. Your Middle East (03/11/2014). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo.

Gli ebrei dovrebbero avere libero accesso alla Spianata delle Moschee, uno dei più sacri luoghi dell’Islam?

La Moschea di al-Aqsa, il terzo luogo di culto per il mondo islamico, confina con il Muro Occidentale (anche noto come Muro del Pianto, ndt) di Gerusalemme e giace su ciò che gli ebrei credono sia stato il luogo del Primo e del Secondo Tempio. Haram al-Sharif (“Nobile Santuario” in arabo, altro nome della Spianata delle Moschee, ndt) è considerato un tempio islamico sin dalla conquista araba della Palestina, ma la Moschea di Al-Aqsa è stata a sua volta costruita sul Monte Tempio, uno dei luoghi più sacri dell’ebraismo.

Il Muro Occidentale, l’unico resto del tempio ebraico distrutto da Erode, è sotto controllo israeliano e qui la preghiera è sempre stata permessa agli ebrei. Persino i cristiani venerano questo luogo di culto, dove si crede che Gesù abbia camminato e dialogato con i rabbini. Il Muro è sotto la sovranità effettiva, se non legale, dello Stato di Israele sin dall’annessione a Gerusalemme Est nel 1980. Diversamente, Haram al-Sharif è amministrato da un fondo israeliano sotto l’autorità giordana in virtù di un accorso implicito.

Ad ogni modo, il sito religioso centenario è caro a entrambi i gruppi di credenti ed è da sempre luogo di preghiera e di scontro.

Per anni, lo status quo è stato rispettato dalle due parti, escludendo alcuni estremismi (soprattutto da parte dell’estrema destra israeliana). L’apparente calma sembra oggi di fronte a una nuova serie di sfide: una bozza di legge del Knesset, il parlamento israeliano, vorrebbe garantire agli ebrei l’accesso alla Spianata delle Moschee per la preghiera. Per lo sheikh Muhhamed Hussein, capo del Consiglio Musulmano Supremo che gestisce il sito, “questa questione trascende la politica”. Alcuni leader religiosi musulmani osano persino mettere in discussione l’importanza di questo luogo per l’ebraismo: secondo Ikrema Sabri, imam presso la Moschea Al-Aqsa, “come musulmani non possiamo soccombere ai miti e ai capricci degli ebrei”.

La legge, che verrà votata il prossimo mese, potrebbe essere considerata da molti come una netta provocazione contro i palestinesi, per i quali qualsiasi presenza israeliana nei dintorni del sito è vista come un affronto. Uno degli eventi che ha scatenato la seconda intifada è stato quando l’ex primo ministro israeliano Ariel Sharon (poi capo dell’opposizione) ha insistito per camminare sul suolo sacro senza neanche far finta di pregare. Lo scopo dichiarato della visita di Sharon era quello di confermare il diritto di tutti gli israeliani a visitare la Spianata. I palestinesi hanno condannato la visita dell’ex premier e le manifestazioni di palestinesi gerosolimitani si sono poi trasformare in tumulti. Le rivolte hanno portato al collasso dei negoziati di pace e alla nuova occupazione dei territori dell’Autorità Palestinese da parte di Israele.

Le recenti violenze a Gerusalemme sono una reazione all’assassinio di un sospettato del tentato omicidio di un attivista religioso di estrema destra che era in favore dell’accesso degli ebrei alla Spianata delle Moschee.

Sin dall’occupazione dell’esercito israeliano di Gerusalemme nel 1967, il sito è stato testimone di diversi eventi provocatori. Nel 1969, Denis Michael Rohan, un australiano cristiano-sionista, diede fuoco al pulpito della moschea. Nel 1982, Alan Goodman, un soldato israelo-americano ebreo, sparò con un fucile automatico contro dei fedeli musulmani presso la Cupola della Rocca, uccidendone 2 e ferendone 11. La scorsa settimana, le truppe israeliane sono entrate con la forza nel complesso di al-Aqsa e si sono dispiegate presso tutte le entrate, negando ai fedeli palestinesi l’accesso all’area.

Anni fa, il Gran Rabbinato di Israele, in virtù della legge ebraica, ha severamente proibito agli ebrei di pregare o persino di camminare nell’area, per timore di profanare il “sacro dei sacri” – il luogo del Secondo Tempio, la cui posizione è sconosciuta. La Corte Suprema israeliana non si pronunciò, insistendo che l’autorizzazione doveva essere garantita da un’autorità di sicurezza. Di fatto, molte forze di sicurezza pensano che cambiare oggi lo status quo potrebbe scatenare malcontento politico e religioso. Un malcontento che i palestinesi covano da tempo, stupiti dalla facilità con cui gli ebrei possono accedere ai luoghi sacri di Gerusalemme, mentre la città è interdetta per la maggior parte dei palestinesi. Infatti, solo una piccola parte di essi può raggiungere la moschea: i palestinesi in Cisgiordania e Gaza non possono oltrepassare il muro di separazione con Israele e per i 1,5 milioni di palestinesi di Israele e Gerusalemme è sempre più difficile pregare in questi luoghi. Inoltre, al momento i fedeli musulmani maschi con meno di 50 anni d’età sono banditi dal sito.

Le preoccupazioni dei palestinesi nei confronti delle intenzioni israeliane circa il luogo di culto non sono senza fondamenti, visti i tentativi di Tel Aviv di riplasmare la stessa geografia della città. Prima, è stato raso al suolo un quartiere musulmano vicino al Muro Occidentale, sostituito da uno spazio per la preghiera. Poi, sono stati costruiti gli insediamenti che separano Gerusalemme Est dalla Cisgiordania. Inoltre, i coloni ebrei hanno persino confiscato e acquistato le case dei palestinesi nel quartiere musulmano della Città Vecchia. Molti palestinesi hanno parure che si ripeta la storia della moschea di Ibrahim, a Hebron, ora divisa in due parti e visitata dai due gruppi di credenti secondo un sistema di turni. Mahmoud Abbas ha dichiarato che la chiusura della moschea di Al-Aqsa costituisce un “atto di guerra”.

Questo potrebbe scatenare una terza intifada?

Itxaso Domínguez de Olazábal, ex avvocato specializzata in diritto comunitario e relazioni internazionali, scrive per la stampa spagnola e per i media egiziani.

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Roberta Papaleo

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