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Yemen: le responsabilità delle petromonarchie

Houthi

Hassan Hamidoui – Elaph (27/09/2014). Traduzione e sintesi Carlotta Caldonazzo.

Il problema principale dello Yemen è che nessuna delle diverse fazioni in lotta tra loro è disposta a rinunciare né alla propria causa né tantomeno alle proprie armi. Alcuni osservatori evocano il rischio che si riproponga a Sana’a lo scenario di Beirut lacerata da conflitti settari, altri lo escludono ritenendo le parti in causa troppo logorate per sostenere guerre a lungo termine. Altri ancora chiedono al Consiglio di Cooperazione del Golfo (Ccg) un sostegno alle forze democratiche.

Il 20 settembre gli Ansar Allah, conosciuti come Houthi dal nome del fondatore e dei suoi discendenti al comando, hanno preso il controllo di Sana’a invadendo a migliaia, armati, le strade della città, devastando sedi di organizzazioni e irrompendo nelle case degli avversari politici più in vista. Secondo Jamal Khashoggi, giornalista saudita direttore della Al Arab News Channel, è lo sbocco naturale del braccio di ferro tra forze in declino (al governo in Yemen) e forze in ascesa, organizzate e con un progetto definito. Il regime yemenita, continua Khashoggi, dopo lo scossone del 2011, ha preferito perseverare nelle sue scelte fallimentari che accettare le proposte dei movimenti di protesta, soprattutto giovanili.

Chi intendesse schierarsi con l’una o l’altra forza in campo, primi fra tutti i paesi del Golfo, sappia dunque che contribuirà a sprofondare il paese in una guerra civile senza fine. L’unica soluzione è sostenere le forze democratiche e moderate perché formino un governo di unità nazionale, prendendo spunto dall’accordo “per la pace e la condivisione nazionale”, firmato il 27 settembre a Sana’a dai rappresentanti di partiti e movimenti politici (compresi gli Houthis e il movimento separatista del Sud), con la supervisione del presidente yemenita Abdorabbou Mansour Hadi, del presidente del Parlamento Yahya al-Ra’i e dal rappresentante Onu Jamal Bin Omar.

Zayd al-Fadil, ricercatore saudita, esclude invece l’eventualità di una guerra civile, essendo le forze in campo logorate da decenni di conflitto. Incluse quelle del generale Mohsen al-Ahmar, dell’università al-Iman (luogo di incontro dei movimenti fondamentalisti sunniti) e dei figli di Sheikh Abdallah al-Ahmar. C’è invece una nuova alleanza popolare con i gruppi sostenuti da diversi partiti, tribù e clan, compresi quelli vicini all’ex presidente Ali Abdallah Saleh. I paesi del Golfo dovrebbero smettere di foraggiare forze politiche vicine ai Fratelli musulmani, atteggiamento che ha condotto lo Yemen nel pantano attuale. Secondo al-Fadil, il Ccg potrebbe respingere la logica settaria adottando un approccio più pragmatico.

Altri osservatori infine propongono al Ccg una terza logica, alternativa sia a quella settaria che a quella pragmatica: non intervenire affatto.

 

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Emanuela Barbieri

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