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Sono nato per scrivere: Yasmina Khadra a Roma

imageArticolo di Giusy Regina

“La lingua francese è la più bella lingua al mondo dopo quella araba, è la mia musa e quando scrivo è come se lei esultasse sotto la mia penna. Ed io con lei”. Lo ha detto Yasmina Khadra, pseudonimo dell’importante scrittore algerino Mohammed Moulessehoul, ospite a Roma mercoledì 27 febbraio 2013, al Centre Saint Louis de France. L’autore, conosciuto in tutto il mondo e tradotto in circa quaranta paesi, è stato invitato in occasione del Festival de la Fiction Française, grande manifestazione lanciata nel 2010 sul romanzo contemporaneo francese e italiano.

“Sono nato per scrivere” afferma con un sorriso” e “ho ben sei secoli di poesia alle spalle”. Durante l’incontro Yasmina Khadra ha svelato un po’ di sé, con la semplicità di chi si ritiene estremamente fortunato. Ha raccontato brevemente la sua storia e la nascita dello pseudonimo stesso. Soldato nell’esercito algerino a soli nove anni, è riuscito a sfuggire a quell’universo carcerario solo rifugiandosi nei libri e iniziando a scrivere. Il primo racconto che vinse che gli valse anche un premio è stato Le Petit Muhammed, basato esattamente sulla storia di Pollicino, cambiando i nomi e il finale: il suo protagonista, a differenza di Pollicino, nella foresta c’è voluto rimanere. Dopo la pubblicazione di sei libri con il proprio nome, ha ottenuto un altro premio in Francia, che ha scatenato un comitato di censura in Algeria. Era non solo il primo soldato romanziere, ma anche il primo soldato a ricevere un premio dal “nemico” francese. Le accuse di spionaggio e le successive complicazioni lo hanno portato alla decisione di smettere di scrivere. “Per rispetto della letteratura e di me stesso” ha affermato. Ma da quel giorno la tristezza era stata sua compagna inseparabile e così la moglie, una donna molto lontana dalla poesia e dalla letteratura, lo ha incoraggiato a riprendere a scrivere sotto pseudonimo e offrendogli il suo nome. “Sono molto fiero di portare questo nome di donna” sostiene, “perché è stato ed è per me l’unico modo di essere uomo”.

Partendo dalle domande dell’intervistatrice poi, ha analizzato lo status e il ruolo dello scrittore. “Nessuno al mondo è più libero di uno scrittore” afferma con forza, “basti pensare al cinema, dove ci sono imperativi tecnici, quali la durata, a cui un regista deve sottostare”. Lo scrittore invece, vero motore della letteratura, ha bisogno solo di carta e penna e poi può fare quel che vuole. Il ruolo che gli affida è estremamente importante: lo definisce “il sismografo del fattore umano”, che individua in un certo senso le falle sociali e antropologiche e le racconta. Ma aiuta anche il lettore ad evadere, a viaggiare. E lo meraviglia. Il pericolo più grave però che Yasmina Khadra sottolinea in relazione al ruolo di chi scrive è quello di lasciarsi trasportare dalle ideologie, in quanto esse limitano il libero arbitrio dell’uomo e lo portano a crearsi dei nemici. In un mondo diventato ormai una sorta di corpo comune bisogna invece andare verso gli altri, perché quando succede qualcosa in qualsiasi parte di esso, tutti lo sanno quasi istantaneamente, indice del fatto che siamo tutti legati. Come fossimo parte di un corpo solo appunto.

Scendendo nel dettaglio del suo ultimo romanzo L’équation africaine, uscito nel 2011, ha spiegato come, con l’intenzione di dedicare un libro all’Africa, ha voluto raccontare una parte di mondo fatta di colpi di stato, pandemie, esodi, e che comunque sopravvive e va avanti, dando una lezione a tutto il mondo. “In Africa ci sono attori, poeti e scrittori fantastici ma nessuno li ascolta” ha detto. E questo certamente anche per colpa del loro modo di porsi, come vittime e capri espiatori, che invece di cercare di scrivere un capolavoro, usano la letteratura per proteste e contestazioni.

La serata si è conclusa con la proiezione del film Ce que le jour doit à la nuit, basato sull’omonimo libro del 2008 dello scrittore di cui egli stesso dice “è l’unico romanzo che mi ha fatto piangere mentre lo scrivevo”.

Giusy Regina

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