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“A Yarmouk serve accesso continuo”: l’appello dell’UNRWA

Di Christopher Gunness. The Guardian (09/02/2014). Traduzione e sintesi di Claudia Avolio.

A Yarmouk, il campo alla periferia di Damasco, cuore pulsante della comunità palestinese in Siria, si assiste ad atti di disumanità. Negli ultimi sei mesi non si contano i casi di denutrizione infantile, mentre donne muoiono di parto per la mancanza di cure e una popolazione resta assediata: tutto ciò nella capitale di uno Stato membro dell’ONU, nel XXI secolo. Yarmouk riassume il senso tragico della profonda sofferenza dei civili nel conflitto siriano. E non dovrebbe.

Questa tragedia ha un volto umano: Khaled, 14 mesi, bambino di guerra nato mentre il conflitto siriano asserragliava Yarmouk. Intrappolato coi suoi genitori e quattro fratelli, ha visto più sofferenza nella sua breve vita di quanta ne vedremo mai noi nell’intera esistenza. Eppure Khaled incarna anche le opportunità che dobbiamo sforzarci di cogliere: sarebbe morto se il dottor Ibrahim Mohammad dell’UNRWA non lo avesse curato da una grave forma di malnutrizione causata da una prolungata carenza di proteine.

“La prima volta che ho visto Khaled sembrava un bambino di 5 mesi,” dice il medico, “stava per morire: è sopravvissuto per due mesi solo bevendo acqua e quasi senza cibi solidi”. Quando le si chiede di com’è cambiata la vita a Yarmouk, Noor, madre di Khaled, si agita: “L’inferno sarebbe meglio, abbiamo bollito spezie con acqua e le abbiamo mandate giù,” spiega, “Abbiamo mangiato erba finché non ce n’era più”. La mancanza di cibo ha arrestato la produzione del suo latte materno dopo due mesi dalla nascita di Khaled, che è stato più fortunato della sua cuginetta di quattro mesi, morta per la fame.

“Tutti pensavano che sarebbero morti presto per la fame o le bombe: la morte era ovunque,” continua la madre del piccolo, “una delle mie vicine è morta di parto, per aver perso troppo sangue”. Ci sono molti Khaled e molte Noor, a Yarmouk. Dal 18 gennaio, gli operatori dell’UNRWA li hanno incontrati ogni mattina, dopo aver ricevuto il permesso di far entrare gli aiuti. Ogni giorno, una fiumana di gente aspetta in via Rama, all’estremità nord del campo. Le loro carte d’identità vengono controllate e le persone accedono alle lunghe file per la distribuzione.

L’attesa è snervante e sfiancante. Alla fine di ogni giorno, col calare del sole, centinaia di civili – visibilmente disperati, affaticati e presi dall’angoscia – tornano alle loro vite di Yarmouk, spesso fatte solo di stenti. La nostra missione umanitaria continua. Dal 18 gennaio, abbiamo distribuito oltre 6000 razioni di cibo e 10000 vaccini antipolio. Ma non è abbastanza, serve di più. Abbiamo bisogno di accesso sicuro, sostanziale e sostenuto. E questo per tutti i civili in Siria, che ospita numerosi altri Yarmouk. Come Khaled, che grazie alle cure dell’UNRWA migliora a vista d’occhio, anche tutti gli altri civili devono poter raggiungere a pieno il proprio potenziale umano.

La sua guarigione e quella di sua madre Noor devono essere viste come simboli di speranza, simboli del nostro impegno verso la popolazione di Yarmouk e tutti i civili siriani. Mentre la gente di Yarmouk e nel resto della Siria viene privata della dignità, è la dignità di tutti noi a subire uno smacco. Quando la guerra sarà finita, forse Yarmouk sarà visto come un esempio di compassione umana, in cui la spietatezza della guerra sarà stata sopraffatta dalla pura forza dell’umana dignità.

Per maggiori informazioni sul lavoro dell’UNRWA a Yarmouk si può scrivere a: C.GUNNESS@unrwa.org

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Claudia Avolio

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