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“Yarmouk è la mia anima”, i sopravvissuti al regime siriano e a Daesh

Di Frederik Pleitgen. CNN (15/04/2015). Traduzione e sintesi di Claudia Avolio.

Nell’orrore della guerra siriana, pochi luoghi mostrano il grado di distruzione e la perdita insensata di vite più del campo di Yarmouk. Travolto dal conflitto siriano sin dal 2012, due settimane fa è stato preso d’assalto da combattenti di Daesh (ISIS) rendendo la vita di chi è ancora nel campo anche peggiore di quanto fosse prima. La risposta del governo siriano è stata una serie di bombardamenti sulla zona, compresi barili-bomba che hanno abbattuto molti degli edifici già segnati dagli anni del conflitto. La morte arriva giorno e notte. “Ho guardato in alto e ho visto della polvere,” dice un abitante, “Ho aperto la porta e ho iniziato a camminare fuori, urlando ai vicini. Uno mi ha detto ‘Sono ferito’, un altro non mi ha risposto affatto. Il secondo – che Dio abbia pietà della sua anima – è un martire”.

Dopo l’assalto del 1° aprile, Daesh avrebbe ora lasciato il campo a Jabhat al Nusra dirigendosi in un’altra zona: a riferirlo è un attivista locale. Ma questo è solo l’episodio più recente di una guerra mortale che sta lentamente frantumando gli edfiici e la gente di Yarmouk. La distruzione è tanta e i civili intrappolati nel mezzo pagano un prezzo terrificante. “Non abbiamo cibo né acqua,” dice un abitante tra le macerie delle case nel campo, “Dovrebbero aprire un corridoio così potremmo mangiare e bere e si potrebbe fornire assistenza e cibo. Non abbiamo nulla, cosa possiamo fare?”. Sono rare le occasioni in cui agli aiuti è permesso di entrare a Yarmouk o ai civili di uscirne. I gruppi pro-Assad assediano l’area dall’esterno, tagliando forniture e aiuti per gran parte del tempo. L’interno è controllato da gruppi anti-Assad tra cui anche forze islamiste.

Il commissario generale dell’UNRWA, Pierre Krahenbuhl, ha detto al riguardo che “dobbiamo fare appello al mondo e a tutti gli attori che possono avere un’influenza sulla situazione affinché si mobilitino. Ma molto di più si deve compiere per rispettare i civili e far sì che siano al sicuro, all’interno del campo”. Di certo chi è all’interno non è per niente al sicuro: soggetti a colpi di mortaio, bombardamenti e battaglie in strada oltre ad essere assetati, affamati e bisognosi di assistenza medica. Ma se c’è una cosa che non è stata spezzata è l’orgoglio e l’amor proprio che provano gli abitanti.

“Questo è il campo di Yarmouk e noi non lasceremo le nostre case”, dice un uomo, “Qualunque cosa accada, se continuano a colpirci coi barili-bomba moriremo”. Un’anziana donna ha ricordato la sua vita di rifugiata palestinese: “Sono fuggita dalla Palestina quando avevo 7 anni. Ma non lascerò il campo di Yarmouk anche se ora ne ho 75 o 76. Yarmouk è la mia anima. L’ho costruito con le mie mani. Ho portato da un villaggio le sue pietre sulla testa e gettato le fondamenta della mia casa. Mattone dopo mattone, portandoli sulla mia testa”.

Frederik Pleitgen è un corrispondente internazionale che lavora per la CNN a Londra.

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Claudia Avolio

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