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Vivere in Libia e raccontarla: intervista a Khalifa Abo Khraisse

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“Riassumere brevemente la situazione attuale in Libia sarebbe come voler riassumere le prime quattro stagioni del Trono di Spade in 5 minuti!”: sorridendo, così risponde Khalifa Abo Khraisse quando gli viene chiesto di parlare velocemente di quello che sta succedendo nel suo paese. Giornalista, traduttore, sceneggiatore e regista, Khalifa, più che concentrarsi sul conflitto politico in Libia, ha a cuore la vita di tutti i giorni e una gran voglia di raccontarla.

Abbiamo incontrato Khalifa in occasione del Festival di Internazionale a Ferrara di quest’anno e con noi ha scambiato opinioni, punti di vista e pensieri sul suo paese.

Khalifa Abo Khraisse
Khalifa Abo Khraisse

Sul tuo account Twitter, ti descrivi come “regista, sceneggiatore e qualche altra cosa”: si nota la tua voglia di raccontare delle storie, di comunicare. Pensi ci sia bisogno di comunicare cosa sta succedendo in Libia in termini di vita quotidiana, della vita di tutti i giorni?

Sì, come hai notato, tutto quello che faccio di base è un veicolo per raccontare una storia – articoli, film, documentari soprattutto. Manca la comprensione. Credo che il problema, questo gap che chiamiamo “scontro di civiltà”, è tutto basato sul fallimento dell’informazione e della comunicazione. Quindi, invece di continuare a tirarci pietre l’uno contro l’altro, potremmo mettere queste pietre insieme e costruire qualcosa, per arrivare da qualche parte.

Quindi per raccontare i fatti, quelli veri, è anche importante assicurare un buon livello di informazione. A questo proposito, cosa puoi dirmi della situazione della libertà di stampa in Libia?

Non è affatto una bella situazione! Il problema è grave e sempre più difficile ogni giorno. Probabilmente, le varie fazioni e correnti politiche in Libia sono d’accordo su un’unica cosa che è quella di reprimere la libertà di espressione o comunque di censurare le informazioni in uscita. Non è facile, se non impossibile, trovare qualcuno che critichi direttamente le autorità dall’interno del paese, sopratutto se si pensa al bilancio negativo delle statistiche sui giornalisti rapiti o uccisi in Libia.

Volendo, hai l’opportunità di viaggiare, di recarti all’estero. Durante il tuo intervento, hai parlato del concetto di “casa”, del fatto che per restare bisogna fare i conti con una serie di problemi e di difficoltà ogni giorno. Perché hai scelto di restare a Tripoli? Pensi sia importante restare?

A dire la verità, non so perché rimango a Tripoli. Penso, comunque, che dobbiamo almeno provare a resistere, restare e cercare di fare qualcosa, forse. Credo sia davvero importante, anche se non giudico e non biasimo chi ha scelto di andare via o ne è stato costretto. Anche io ho pensato spesso di andarmene, almeno per spezzare un po’. La situazione è così tesa, ti consuma, devi sempre guardare dove metti i piedi, ponderare su tutto, cercare di pianificare ogni progetto e anche trovare il modo di ricominciare tutto da capo quando quel progetto va male, devi sempre trovare un modo per sorridere di fronte alle situazioni, trovare un modo per andare avanti. Tuttavia, a volte penso davvero che ogni tanto c’è bisogno di staccare la spina, anche solo per poter respirare. Se però mi chiedi perché ancora non me ne sono andato, sinceramente non lo so. Forse sono troppo testardo per rendermene conto!

Parlando di progetti, hai in mente qualcosa per il futuro?

Per il momento sto lavorando con Andrea Segre [regista italiano, ndr], sin da quando ci siamo incontrati un anno fa. Lo aiuto con il suo prossimo film che avrà alcune parti girate in Libia con attori locali, occupandomi della direzione del casting. Spero così di essere in grado di produrre qualche nuovo risultato, considerando la situazione in cui ci troviamo oggi.


Roberta Papaleo

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