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Viaggio tra le sacerdotesse zoroastriane in Iran

Di Giulia Bertoluzzi. Middle East Eye (27/07/2015). Traduzione e sintesi Carlotta Caldonazzo.

Nella capitale iraniana Teheran si trova uno dei più grandi e importanti complessi religiosi della minoranza zoroastriana sparpagliata in tutto il Paese. Al centro delle attività della comunità c’è il Tempio del Fuoco, che ospita i riti sacri quotidiani, e una Sala delle Celebrazioni, dove si riunisce il Consiglio dei Mobed, i sacerdoti. Fondata dal profeta Zoroastro (o Zarathustra) più di tremila anni fa, questa religione conta circa 190 mila fedeli, e in Iran è stata religione di stato per oltre un millennio.

Tuttavia, dopo la Rivoluzione Islamica del 1979 molti zoroastriani sono fuggiti all’estero, mentre quelli rimasti in patria costituiscono una minoranza all’interno della popolazione iraniana. A parte i contenuti del credo, pervasi da profonda spiritualità, e il profondo legame con l’ecosistema, come dimostrano le sei feste annuali della Creazione della Terra, questo coacervo di religiosità e filosofia di vita annovera tra i suoi principi cardine l’uguaglianza di genere, anche nel sacerdozio. Un principio, quest’ultimo, che vale in realtà solo tra gli zoroastriani iraniani, mentre in India i sacerdoti sono soprattutto uomini.

Oltre ai Mobed (sacerdoti), ci sono infatti numerose Mobedyar (sacerdotesse), alcune delle quali siedono sugli scranni del Consiglio. “Mio padre era un Parsi, ovvero uno zoroastriano indiano”, spiega la sacerdotessa Sarvar Tapolevara, raccontando che è stato lui a incoraggiarla sul suo cammino. “All’inizio i Parsi indiani si opponevano all’idea del sacerdozio femminile”, aggiunge, “per questo sono rimasta piacevolmente sorpresa, al momento della mia iniziazione, quattro anni fa, nel ricevere messaggi di sostegno da loro”. Il suo ingresso tra i sacerdoti è stato inoltre salutato con favore da numerosi articoli sui giornali indiani, nonché da diversi membri del Congresso Internazionale degli Zoroastriani. Non mancano tuttavia le contraddizioni. La società della comunità zoroastriana, sia in India che in Iran, è basata sul sistema delle caste, al cui vertice si trovano appunto i sacerdoti. Dopo l’invasione araba, la maggior parte dei seguaci di questa religione fuggirono in India.

I sacerdoti più tradizionalisti adottano l’interpretazione degli Avesta (i testi sacri) che risale all’ultimo dei regni preislamici, l’Impero Sasanide. Epoca in cui i sacerdoti conquistarono il potere inglobando nell’ordinamento dello stato una legge religiosa e un rigido codice morale, entrambi basati su una nuova esegesi dei precetti di Zarathustra. Gli arabi, a loro volta, abolirono le distinzioni di casta, ragion per cui molti sacerdoti si rifugiarono in India. Perciò la maggior parte dei Parsi indiani sono sacerdoti. In Iran intanto la comunità zoroastriana sopravvisse tra alterne vicende, fino a diminuire considerevolmente a seguito della Rivoluzione Islamica. Contestualmente, dunque, diminuirono anche i sacerdoti, mentre cresceva di importanza la figura dell’”assistente”, al punto che nel 2009 una sacerdotessa propose di consentire l’accesso al Consiglio alle donne. La presidenza di questo Consiglio di Sacerdoti ora è proprio in mano a una donna, Soroushpur, che spiega come alla base della cultura zoroastriana ci siano concetti come l’uguaglianza di genere e il  frashkat, ovvero continui rinnovamento dei valori. Nell’antichità, aggiunge, c’erano donne anche nella classe politica e nell’esercito, fino alla caduta dell’Impero Sasanide, quindi fino all’invasione araba, che segnò un profondo cambiamento sociale.

Giulia Bertoluzzi è una giornalista freelance, che collabora con varie testate.

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Carlotta Caldonazzo

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