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Il lungo viaggio da Aleppo alla Turchia

Di Edward Dark. Al-Monitor (28/04/2014). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo.

Di recente, ho intrapreso un viaggio da Aleppo attraverso il percorso militare di Khanaser, una strada di fortuna disegnata nella campagna di Aleppo fino a Salamiyeh, ad Hama, che collega il Nord della Siria all’interno e alla costa. Si tratta anche dell’unica ancora di salvezza della parte occidentale della città controllata dal regime, che se l’è ripresa dopo una lunga lotta la scorsa estate. Ora, la strada stessa è altamente fortificata, con posti di blocco dell’esercito ad ogni chilometro e sentinelle appostate strategicamente nelle colline circostanti.

Volevo arrivare a Bab al-Hawa, il passaggio di frontiera per la Turchia controllato dai ribelli. Prima della guerra, vi si poteva arrivare direttamente da Aleppo in appena 45 minuti. Oggi, ci vuole un viaggio di 6 ore e mezza, allungando di 500 km a causa della chiusura delle strade.

Il mio viaggio è stato pericoloso da molti punti di vita. Oltre all’eventualità di venire colpito in uno scontro a fuoco, potevo essere rapito una volta entrato nelle zone dei ribelli o venire arrestato e “sparire” per qualsiasi ragione da uno dei posti di blocco del regime. Per questo ho scelto un conducente esperto, un veterano della tortuosa strada che stavamo per intraprendere e che aveva già trasportato in sicurezza molti miei parenti.

Ahmed, il conducente, ha deciso di usare la sua macchina e, con mia grande sorpresa, di portare con sé sua moglie, avvolta in un velo nero e una pesante abaya dello stesso colore. Mi ha spiegato: “Così sembriamo semplicemente una normale famiglia in viaggio. Non ci dovrebbe disturbare o fermare nessuno lungo la strada”. Stupito, mi è sembrato un incantesimo: delle dozzine di posti di blocco del regime che abbiamo attraversato, siamo stati fermati solo una volta, dopo Hama. A quelli dei ribelli, non ci hanno mai fermato.

Le informazioni di Ahmed derivavano dall’esperienza acquisita nei precedenti viaggi su questa strada: “Nascondi il tuo cellulare e assicurati che non contenga foto o video, sia contro che pro il regime. Togliti gli occhiali da sole: potrebbero prenderteli. Non portare con te cibo in scatola o medicine: verrebbero sicuramente confiscati”.

Nelle zone del regime, Ahmed mi ha detto di dire, se me lo avessero chiesto, che stavamo andando a Misyaf – una roccaforte mezza cristiana, mezza alawita. Mentre ci avvicinavamo ai territori dei ribelli, mi ha dato delle nuove istruzioni: “Se ti chiedono che lavoro fai, digli che sei un disoccupato di Busan al-Qasr (roccaforte ribelle) che sta viaggiando per cercare lavoro. Non dare mai la sensazione, in ogni circostanza, di essere possedere dei soldi. Se ti chiedono dove stiamo andando, digli che siamo diretti ad al-Dana (un piccolo villaggio vicino al confine turco) per visitare dei parenti”.

In viaggio, a volte chiedevo il nome del villaggio dove eravamo diretti e lui alzava le spalle e rispondeva: “Non lo so. Sono tutti uguali”. Era vero: tra le macerie, i segni dei bombardamenti e le case vuote, la bandiera nera islamista aveva sostituito quella siriana a tre stelle che aveva caratterizzato le prime rivolte. La mutazione della ribellione popolare di massa in un’insurrezione largamente islamista, con pericolose sfumature settarie, si nota chiaramente anche nei graffiti che ad intermittenza adornano i muri di alcuni edifici. I graffiti, inoltre, delineano le aree di controllo, identificando quale territorio appartiene a quale gruppo.

Dopo un bel po’, siamo arrivati sull’autostrada Damasco-Aleppo, di cui molti tratti sono stati distrutti: ecco il perché della lunga deviazione da Hama. Ci siamo riavvicinati ad Aleppo, passandoci a soli 30 km di distanza. Abbiamo superato la città di al-Dana e poi ci siamo ritrovati nel villaggio di frontiera di Sarmada, trasformato in un’enorme zona libera. Ahmed si è fermato, ha parcheggiato lì e siamo saliti su un pullman diretto al confine guidato da una salafista con una divisa militare. Sapevo a memoria il suo sermone sulle donne nell’islam quando sono finalmente entrato in Turchia, sano e salvo.

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Roberta Papaleo

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