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Via le bombe dal Libano

Di Michael Young. Now Lebanon (27/06/2014). Traduzione e sintesi di Viviana Schiavo.

Forse è il mio naturale scetticismo, ma c’è qualcosa di terribilmente ambiguo nelle esplosioni avvenute in Libano la scorsa settimana.

Ciò che più colpisce è che tutti e tre gli incidenti siano stati in qualche modo contrastati dalle forze di sicurezza libanesi. Tutto ha avuto luogo dopo l’offensiva in Iraq da parte dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS) e in un momento sensibile per il Libano. Il Paese, infatti, non è stato in grado di eleggere un nuovo presidente che sostituisca Michel Suleiman.

Le informazioni sono limitate. Ma resta il fatto che mentre i servizi di sicurezza, insieme alle forze di Hezbollah, non sono stati capaci di prevenire le esplosioni che hanno avuto luogo all’inizio di quest’anno, nonostante la miriade di post di blocco, nel giro di una settimana hanno più volte, se non bloccato degli attacchi, forzato i presunti attentatori a far esplodere le bombe in anticipo.

È possibile che i servizi di sicurezza abbiano ottenuto informazioni accurate, ma questo non vale per la bomba in Dahr al-Baydar. Le versioni della storia raccontate dal direttore della Sicurezza Generale Abbas Ibrahim e dalle Forze di Sicurezza Interna non corrispondono, ma anzi tendono a contraddirsi.

In questo periodo il panico si è intensificato, soprattutto a seguito di rapporti riguardanti cellule terroristiche scoperte a Tripoli e dichiarazioni, supportate da scarse prove, secondo le quali stiamo vivendo un’offensiva terroristica guidata dall’ISIS.

Molte cose rimangono poco chiare o suscitano scetticismo: servizi di sicurezza che agiscono come James Bond, spiegazioni ufficiali discutibili, liste di omicidi che continuano ad allungarsi e la quasi automatica convinzione che le cellule dell’ISIS siano implicate. Con questo non voglio dire che l’ISIS sia una vittima o che non ci siano cellule terroristiche in Libano. L’ISIS è una minaccia reale per la regione, ma finora le prove in Libano sembrano essere limitate. Tutto quello che abbiamo sono sospetti, ma niente che ci dica definitivamente cosa è vero e cosa no.

Questo è il motivo che induce alcuni politici libanesi a vedere il panico diffuso come il frutto di uno sforzo per influenzare il risultato delle elezioni presidenziali. Secondo questa prospettiva, Hezbollah ha interesse nell’approfittarsi della situazione e persino ad aumentare il livello di paura. La teoria è che il partito sciita abbia due candidati favoriti, il comandante dell’esercito Jean Qahwaji e Michel Aoun. La loro presenza sulla scena politica verrebbe, quindi, giustificata dall’instabile situazione del paese, rendendo gli elettori più disposti ad affidarsi ad uno dei due uomini. Nessuno dei candidati è stato, però, accusato di essere coinvolto in questo presunto complotto.

Mancano troppi pezzi del puzzle per poter arrivare ad una conclusione definitiva su cosa stia accadendo. Ma sembra esserci l’intenzione calcolata di impaurire i libanesi dopo mesi di relativa calma. Forse si tratta di una risposta a una reale minaccia di terrorismo o forse qualcuno sta semplicemente permettendo che le cose accadano per sfruttarle politicamente. Qualunque sia la verità, di certo va al di là di ciò che appare in questa storia.

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Roberta Papaleo

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