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Venti di cambiamento in Libano e Iraq

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Di Mona Alami. Al-Monitor (13/06/2016). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo.

Disillusi e disincantati in Libano e in Iraq stanno esprimendo il loro malcontento. Entrambi dominati da politiche settarie, questi due paesi stanno assistendo alla nascita di un movimento sociale trasversale: in Libano le elezioni municipali hanno rivelato che l’appoggio ai partiti tradizionali sta crollando, mentre in Iraq le proteste contro la corruzione del governo continuano.

Il Libano ha concluso l’ultimo turno di elezioni municipali lo scorso 29 maggio. Secondo Paul Khalifeh, analista ed editore della rivista politica Magazine, “le elezioni hanno mostrato chiaramente che l’elettorato non ama la politica delle fazioni locali”. Ha aggiunto che “in diverse regioni in tutto il paese, gli elettori si sono rifiutati di seguire i leader dei loro partiti: ad esempio, la lista Beirut Madinati, che è composta da candidati indipendenti, è riuscita ad ottenere il 40% dei voti della capitale. Un trend simile si è registrato anche nelle zone druse e cristiane”.

Anche nelle aree sciite si è assistito a una ribellione del genere, soprattutto contro il baluardo di Hezbollah, il quale nonostante si sia aggiudicato il sostegno popolare nelle zone di tradizionale influenza, ha perso terreno in altre regioni del Libano dove molti hanno preferito votare le liste familiari, gli indipendenti o il Partito Comunista Libanese. “Hezbollah è stato capace di preservare la sua base elettorale, ma ci sono stati casi di ribellione contro gli ordini impartiti dal partito”, ha osservato Kassem Kassir, analista specializzato in Hezbollah. Ad esempio, un sostenitore del partito, Hasan Kabout, si è ribellato contro l’organizzazione e si è presentato come candidato indipendente.

Il disagio generale che ha dominato le elezioni municipali è radicato nella proliferazione degli scandali ambientali e di corruzione, combinati alla paralisi nelle istituzioni, con i partiti che dopo due anni non sono stati ancora in grado di eleggere un nuovo presidente. Da parte sua, Khalifeh pensa che la classe politica in Libano stia solo cercando di aggrapparsi al potere, invece di capire le scelte degli elettori alle ultime municipali. Tuttavia, gli ultimi risultati avranno di certo un impatto sulle prossime parlamentari del 2017, con una possibile erosione alla base dei partiti tradizionali in favore degli indipendenti.

Anche in Iraq si assiste a una ribellione trasversale al settarismo politico. Lo scorso 25 marzo, centinaia di politici iracheni hanno lasciato la Zona Verde mentre milioni di manifestanti prendevano d’assalto il quartiere governativo di Baghdad per protestare contro le dure condizioni di vita e la corruzione che dilaga nel paese, al quinto posto sulla lista dell’Indice di Percezione della Corruzione.

“Chi protesta ne ha abbastanza delle promesse vuote fatte da politici falliti. In 13 anni di post Saddam, i servizi pubblici sono pessimi se non inesistenti, l’inflazione è in crescita, il valore del dinar iracheno è in ribasso, il governo non può più assumere personale nel settore pubblico a causa del crollo del prezzo del petrolio e il settore privato è ancorato a normative malsane”, osserva Luay al-Khateeb, direttore esecutivo dell’Istituto dell’Energia Iracheno. Khateeb, allo stesso tempo, pensa che finché le operazioni militari a Fallujah e Mosul non saranno concluse, lo stallo politico continuerà e “nessuna riforma verrà messa in atto prima delle prossime elezioni del 2017”.

Da parte sua, Renad Mansour, ricercatore al Carnegie Endowment di Beirut, si è detto sorpreso del fatto che le manifestazioni sono durate molto a lungo e che, nonostante la questione Daesh (ISIS), i partecipanti sono stati in grado di spostare l’attenzione dalle politiche indentitarie ai problemi locali. “Abbiamo visto curdi contro curdi, sciiti contro sciiti. Le proteste hanno superato le linee etniche e religione”, ha osservato Mansour.

Gli eventi in Iraq e Libano indicano che un cambiamento è possibile in un Levante, dove le politiche settarie non sono più una giustificazione per la corruzione dilagante o per l’assenza di giustizia e sicurezza. “I partiti politici non sono gli unici rappresentati della popolazione. Ora dovranno condividere il potere con le famiglie, la società civile e gli indipendenti. Il vento sta cambiando. La maggioranza silenziosa non starà più in silenzio”, ha dichiarato l’ex ministro degli Interni libaese, Ziad Baroud.

Mona Alami è una giornalista franco-libanese che si occupa di questioni politiche ed economiche nel mondo arabo.

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Roberta Papaleo

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