Arabia Saudita Siria Zoom

Un’analisi sulla coalizione islamica

Di Muhammad Abu Rumman. Al-Aaraby al-Jadeed (22/12/2015). Traduzione e sintesi di Annamaria Bertani.

Vi sono tre letture possibili per spiegare le cause e gli obiettivi che stanno dietro all’annuncio, avvenuto nei giorni scorsi a Riyad, della formazione di una coalizione antiterroristica che comprende 35 paesi islamici.

La prima lettura afferma come la coalizione non comporterà un reale sforzo militare in quanto si tratta solamente di un tentativo di rispondere alle accuse riguardo alla posizione dei paesi islamici nei confronti del terrorismo e in particolare riguardo alla mancanza di una presenza seria e reale nella lotta contro di esso. Per questo motivo il discorso religioso che ha accompagnato l’annuncio della formazione della coalizione appare come un tentativo di affermare l’estraneità degli Stati arabo-islamici nei confronti di ogni organizzazione o azione terroristica. Stando a questa lettura dunque, la coalizione non sarebbe niente di più di una campagna di pubbliche relazioni.

Per quanto riguarda la seconda lettura, questa indica la coalizione come una risposta alle pressioni americane. Per realizzare una vera missione sul campo, è necessaria la formazione di una forza di terra arabo-islamica che combatta Daesh (ISIS) in Siria e che lo sostituisca con le forze siriane moderate. Questa mossa segue le dichiarazioni del segretario di Stato americano John Kerry sulla necessità di una forza di terra araba e siriana.

La terza lettura è la più vulnerabile e vede la coalizione come il risultato della preoccupazione di alcuni leader arabi riguardo al vuoto strategico di stampo sunnita seguito alla disintegrazione dei principali paesi arabi e all’espansione dell’influenza iraniana in Iraq, Siria, Libano e Yemen. Secondo questa lettura, dopo l’accordo nucleare iraniano le regole del gioco regionale sono cambiate e la coalizione Russia-Iran-Iraq sarebbe ora un pericoloso asse che ha drammaticamente cambiato l’equilibrio dei poteri imponendo la necessità di un’altra forza seduta al tavolo.Questa alleanza era già stata proposta non appena l’attuale guida saudita prese il potere. Ora si assiste ad una nuova mossa per portarla alla luce nel tentativo di costruire un blocco regionale che unisca le risorse finanziarie, umane, militari e che restituisca onore agli arabi, i quali potrebbero guadagnare una posizione migliore nei negoziati.

Se assumiamo che la terza lettura sia realistica e che sia necessaria una nuova coalizione regionale, le condizioni attuali sarebbero garanzia di successo della nuova idea?

Era chiaro fin dal primo momento come la coalizione soffrisse di squilibri strutturali, ovvero come mancasse una definizione chiara degli obiettivi e delle priorità e soprattutto una coesione fra i paesi aderenti. Oggi c’è una cerchia compatta in questa coalizione formata dall’asse Arabia Saudita-Turchia-Qatar, un vero anello regionale con una visione opposta rispetto al nuovo asse Iran-Russia. La presenza degli altri stati nella coalizione è solamente una cortesia nei confronti dell’Arabia Saudita. All’indomani dell’annuncio, il Pakistan ha dichiarato la sua ritrosia ad immergersi in una situazione di polarizzazione regionale.

Rimane un altro gruppo di stati che in teoria farebbero parte della coalizione, ma in pratica no. Egitto, Emirati e Giordania sono al fianco dell’Arabia Saudita nella lotta contro Daesh, ma non condividono l’insistenza del triplice asse sull’uscita di scena di Assad. Non sono concordi nemmeno sulla definizione delle priorità e sulla definizione stessa di terrorismo e ci sono divergenze non dichiarate sulla gestione della crisi yemenita.

Una mancanza di entusiasmo è apparsa chiara nelle fredde dichiarazioni rilasciate da questi tre Stati (Egitto, Emirati, Giordania) all’indomani dell’annuncio, il che implica che il peso principale rimane nell’asse Arabia Saudita-Turchia-Qatar. Come risultato di queste condizioni, la lettura che prevale è la prima: la coalizione si limiterà dunque al livello delle pubbliche relazioni e la palla rimarrà nel campo del triplice asse Riyad-Ankara-Doha. 

Muhammad Abu Rumman è un ricercatore all’Università di Giordania ed esperto di movimenti islamici.

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Roberta Papaleo

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